La partenza è stata trafelata, ritmata da un infinità di controlli sull’aver preso tutto il necessario, il superfluo e il necessario che diventa superfluo e viceversa.
Finalmente in moto in cerca di Vanessa, che ci accompagnerà in questo viaggio. Questa prima settimana, saremo io e la mia compagna Barbara; ed ecco che in un misto di pioggia, vento e sole appare tra Bergamo e Stezzano un ponte colorato in mezzo al cielo, che preannuncia il nostro prossimo sollevarci in volo, per coprire l’enorme distanza che ci separa dalla meta, Milano, Parigi, Buenos Aires.
Penso, mentre leggo alla sciatta le Scienze, in aeroporto, a Darwin, a chi lo critica. All’integralismo religioso e ai frattali - tessera matematica interessante e mancante all’orizzonte dell’evoluzionismo.
I genitori di Barbara se ne sono da poco andati, lasciandomi raccomandazioni ferree, sulla figlia, in mani mie. Nel frattempo Barbara s’innervosisce e fa di tutto per giocare con la tecnologia subendola, senza ascoltare la mia voce, forse fin troppo tranquilla e velata, fino al punto di non evitare il blocco del telefono cellulare, con cui giocava, suo mezzo di comunicazione per questo viaggio argentino. Siamo in volo qui da Linate a Charles de Gaulle.
Mentre ricompongo il panino con frittatina Alitalia, donatomi in splendida confezione cartonata “with compliments of Alitalia”, penso ad un immagine di un ragazzo d’Africa che mi guarda da una pagina de le Scienze.
Una pubblicità UNICEF, che mi porta alla seguente riflessione: possibile che questa unica strada - quella della ragione - possa rendere consapevoli della triste disuguaglianza e del nostro ordine millesimale da snack in volo e che anche i pubblicitari, gli artisti del marketing, se ne siano accorti, così da scegliere, come target adeguato alle loro pubblicità caritatevoli nei confronti dei poveri del mondo, una rivista dedicata alle scienze (alla ragione intellettiva) e che fino adesso, pur a questo livello di consapevolezza, non si faccia alcuna manovra correttiva?
La ragione spesso è fine a se stessa senza emozione e scambio.
Percorriamo le strade lunghe e diritte di quest’aeroporto, Charles de Gaulle, di marmi bianchi e cemento, senza fine, semplice e senza tempo, come se non volesse esprimere troppo la nazione in cui ci troviamo, solo scorci d’arte di Pompidou ad un certo punto ci colgono, tra cui la Waterloo di Chopin, di un’esposizione dedicata alla pittura moderna e quasi contemporanea, tra tapi-roulant e corridoi ad ampio orizzonte che prima scanso, ma poi provo quasi a voler superare la velocità di me stesso.
Scendiamo verso l’imbarco per l’agognata argentinea terra; Barbara e Vanessa sono state l’una vispa e salterina, l’altra pronta a sorridere e a regalare buonumore.
Ed ecco che troviamo tra tante sigle il punto d’ingresso all’imbarco. Ma come un istante dopo è chiuso?!? Altri musici e strumenti d’Africa e Francia si mischiano alla mia tromba: sorrisi, rispetto negli occhi che s’incrociano; questi fanno dietrofront ed escono dalla coda all’ingresso, così io, Barbara e Vanessa, di fronte alla scritta alt closet, seguiamo il gregge di musici, verso un altro ingresso che pure viene chiuso immediatamente appena giunti, mentre ancora un genitore saluta raggiante di felicità il proprio figlio; se pas possibile…, surreale tutto a poco a poco viene chiuso, e noi si cerca di proseguire per il corridoio ed ecco che una tuta blu di un poliziotto sbarra dieci metri di ampio viale; in lontananza si vedono altri poliziotti armeggiare e noi lì, in questa terra di nessuno, in un attesa senza ragione; Barbara, Barbara! Chiedi tu che sai la lingua, ma poi mi ritrovo a chiedere in inglese. Bagaglio abbandonato, bomba, panico, allarme. Che facciamo? Una suonata così al volo? Mi passa per la mente.
E intanto mi scappa un ghigno verso il poliziotto che attraverso il vetro di un portone vedo essersi chiuso fuori; è uscito chiudendosi fuori, così comicamente, lui che dovrebbe salvaguardare la situazione, si trova a chiedere il nostro aiuto, che non tarda ad arrivare. Che beffa!
Finalmente siamo in aereo verso Buenos Aires.
Arriviamo sulla pista di atterraggio di Buenos Aires, Aeroporto Internacional Ministro Pistarino, dopo il lungo volo, e di colpo siamo catapultati in questa landa di aeroporto in fase di ristrutturazione, tra fili, tubi futuristi argentei che ci piovono sul capo, in uno spazio piuttosto stretto, fra i passeggeri del volo ci si perde piuttosto rapidamente.
Ed eccoci in dogana attraverso cui ci viene rilasciato il visto d’ingresso al paese, tutti ancora inconsapevoli del viaggio e alla ricerca di un senso a queste notizie filtrate in Italia, di una Buenos Aires non così sicura in seguito alla crisi di pochi anni fa.
Abbiamo amici che si accaniscono su queste cose in Italia. E quindi siamo pronti ad uscire dall’incubatrice e a toccare con i nostri piedi il suolo argentino.
Appena fuori ecco la sorpresa di vederci salutare a braccia aperte da i due nostri migliori amici in Argentina, Nicolas e Paz, che spesso a Bergamo hanno trovato ospitalità e festeggiato con noi.
Che lacrime agli occhi vederli, anche se poi montati su questo grosso pick-up, con cui Nico ci ha trasportato all’altro aeroporto, di Buenos Aires, mi è parso quasi incredibile, essere in Sudamerica con gli amici argentini di Bergamo, coloro che siamo stati spesso abituati a frequentare dalle nostre parti; ma l’incredibile dimensione di Buenos Aires subito ci fa dimenticare questo particolare e veniamo assorbiti dal traffico ampio ma scorrevole della metropoli.
Palazzi scrostati e in bilico estetico tra gotico liberty e costruzione urbanistica selvaggia sono l’impressione architetturale che mi colpisce, pur con la sensazione di essere su un territorio vastissimo di cui stiamo mettendo a fuoco pochissima parte; vedo diversi motociclisti, che mi dicono essere pony express, delle lunghe distanze, li ribattezzerei horse express o gente che prima aveva l’auto e adesso va in moto, perché l’auto l’ha venduta.
Paz ci mostra il teatro Colon dell’opera, Avenida 9 Julio, giornata dell’indipendenza di questo paese, che sembra più vivo e in fermento che mai. Con tutte queste corsie laviche. Quindi finalmente all’Obelisco.
Degli Araucani e degli indios in genere ancora neanche l’ombra, anche se la varietà di pelli e carnagioni è impressionante. Delle villas miseria neanche l’ombra, anche se Paz tiene a precisare, con la sua sensibilità di quasi madre, che la quantità di gente in strada, anche con gli occhiali belli del penultimo grido, è impressionante. Giovani che riassettano il loro giaciglio all’addiaccio e contano i giorni nel traffico che sgasa.
E poi l’impressionate Rio de la Plata che è tanto largo da accogliere le anime di milioni, ma anche più, già nell’atterrare ci ha impressionato. L’Uruguay non si vede all’orizzonte dal lungofiume si perde anche lui nel Rio de la Plata.
Prossimamente Nico ci ospiterà qui a Buenos Aires, insieme ad altri musici italiani dei Jabberwocky erranti, Dulco e Laura, la sua compagna.
Arriviamo all’aeroporto domestico di Buenos Aires, una grande e nuova costruzione, in cui ci perdiamo a vista d’occhio tra scale e tante tante persone in fila ai vari check-in. E con una tutina per il futuro nascituro salutiamo Nicolas e Paz, che si perdono all’orizzonte.
Eccoci finalmente tutti e tre insieme sull’attesa di una partenza piena di voglia e sogni.
Ci beviamo un succo d’arancia al bar dell’aeroporto, e subito il tentativo di rubarci qualche pesos salta fuori, come atteso; l’arte di arrangiarsi, quando si sta un po’ con l’acqua alla gola e c’è anche un po’ di sangue italico, mediterraneo, del continente saggio di conquista; gli occhi sottili di un indigeno cercano di prenderci qualche pesos in più.
E così partiamo verso il check-in per il nostro aereo, ma anche qui attesa, c’è qualcosa che non funziona all’aereo; cambi di gates; viaggeremo sicuri? La crisi, mica la crisi, e invece no ecco che ci reindirizzano tutti ad un altro ingresso.
Le belle donne anch’esse dagli occhi piatti come la terra che stiamo cercando di andare a visitare, si aggirano sornione e sensuali dietro il bancone, fingendo il nulla; ed ecco quel nasino che aspira un po’ freneticamente; si gira furtivo e rosseggia con grattata di dorso di mano; ci si tira su così dopo la crisi; anche la psicologia vuole la sua parte, quando ci si deve reinserire al volo nei ritmi di sempre di lavoro e di routine. E così fra uno sniff e l’altro siamo imbarcati, che sollievo!
E se il pilota ha una crisi di down mentre è al comando? Ecco che in aereo i pensieri volano in un'altra direzione: il panorama della pace di dio domandata da Darwin, ed ecco profilarsi la sensazione di pace.
Tra un pasto e l’altro i passeggeri davanti a noi si fregano il nasino; due occhi d’Araucano di donna, si voltano tra un sedile e l’altro della fila, verso di me e con sospetto cambiano direzione verso il compagno, in cerca di risposte ormai perse nel tempo.
I miei occhi rivolti a Barbara e al panorama sono oltretutto oscurati dalle lenti scure, la donna Araucana, davanti a noi, è nel panico, tra un sacchetto di polvere nascosta e il nulla di due lenti scure che la potrebbero scoprire.
Si volta verso il marito olivastro ed Araucano anche lui, che ha gli occhi rossi e lucidi, e ritma le labbra a tempo di polvere mossa dal vento. Io non posso non voler guardare questo teatro di vita, tra gli schienali, in perfetto mutismo fisico; poi lei prende la strada del bagno in fondo all’aereo, così da rassicurare le nari.
Il territorio sotto di me è ricco di sinuosità libere nello spazio, fiumi, e punti lucenti, laghi e vedo anche i pioppi che, leggo dal libro, vicino alle case insieme agli eucalipti.
La pace dei sensi è sempre maggiore e il mio collo smolla i muscoli. Atterriamo tra i cespugli bassi di El Calafate; è un aeroporto ricco di lamiera traforata che respira la polvere e la sabbia lavorata dal ghiaccio, così come le montagne che lo circondano; un altipiano piuttosto massiccio, che a terra subito colpisce la mia attenzione, roccia e sabbia insieme, che fanno l’amore come in un ricongiungimento biblico, fra inizio e fine di un ciclo del mondo.
Questa roccia vestita di sabbia avvolge anche noi che la guardiamo con occhi lucidi e commossi e i nostri zaini pesanti in spalla attendendo un taxi.
Nessuno è venuto a prenderci, Barbara e Vanessa sono alla ricerca di qualcuno dell’America del Sur Hostel, ma niente, tutti i taxi se ne sono scappati e allora rimaniamo lì in attesa a rimirare quello che forse è l’aeroporto più piccolo e raffinato del mondo, per la cornice; come siamo antropocentrici! La bibbia, la genesi lo diceva. Ed ecco che in taxi raggiungiamo l’agglomerato quasi pionieristico di El Calafate; la pista del vecchio aeroporto si mischia con le restanti strade; le case in costruzione si mischiano alle case più antiche. E così auto scassate senza nulla, se non l’essenziale, passano tra noi e gli altri pick-up nuovi delle villette la su in collina.
America del Sur Hostel: eccezionale posto, la rabbia di un incontro, per fretta con il gestore, poi sorrisi ed empatia di poche parole con gli altri ragazzi dell’ostello.
Un alloggio da poco costruito, ma splendidamente ubicato sulla duna; finché il tempo vuole io sto qui, sembra dire, ammirando lo stesso panorama delle villette più ricche e comode.
E mentre i granelli del tempo scorrono nell’aria cerchiamo di non rimanere ipnotizzati dai quadri di vetro delle pareti dell’ostello. Vi amo, vi amo! Voi che sapete accogliere! Un risveglio pulsante e voglioso per santificare l’anima Araucana e Mariano che mi dice Marco sei l’ultimo, mentre saliamo a bordo del pulmino che ci porterà verso il più grande dei ghiacci terrestri non polari, il Perito Moreno, una creatura vivente, che tanto ha fatto e tanto ancora ha da fare per tutto ciò che ci circonda, in questa landa di infinito.
Siamo un nutrito gruppo di argentini, messicani ed altre nazionalità; già è uno spettacolo vedersi sollevare vortici di sabbia sulle sponde chilometriche del lago Argentina, con più linee di Ande a circondare il nostro sguardo allibito, così da non disperderlo completamente in una trance onirica, si perché quando ci si rilassa di fronte a questo spettacolo della natura c’è un collegamento verso l’alto.
La corriera prosegue indefessa con scambio di mate tra guidatore e guida e tutti gli altri, compreso me, si girano da una parte all’altra dei finestroni laterali del mezzo, catturati da quadri dinamici che continuano a mutare con una lentezza dettata dalle larghe dimensioni di questi orizzonti. Ad un certo punto quando le montagne prima lontane ritornano vicine, ci fermiamo in riva ad un laghetto, qui conosciamo dotato di videocamera, sempre accesa, un ragazzo messicano, dal nome quasi italiano, Ernesto, che per tutto il viaggio, giovane dei suoi anni, farà una corte spietata e giocosa in puro stile sudamericano all’amica della mia compagna, Vanessa.
Il Perito Moreno quando dietro l’angolo è spuntato per la prima volta, è stato un flash luminoso, da cui l’occhio faceva fatica a staccarsi, una distesa di ghiaccio di decine di chilometri e alta centinaia di metri, da cui dei boati fortissimi ogni tanto provenivano, risvegliando la nostra attenzione, come assordanti fragori.
Il ghiacciaio è pelle, cassa di risonanza e battente in un tutt’uno, è musicista e pittore del paesaggio al tempo stesso; che meraviglia e quando ci abbiamo messo i piedi sopra, guardando l’intera distesa prodotta da cotanta mole, in movimento ma ferma, dalle tante lingue, il lago argentino è sembrato una spremuta di limone. L’ebbrezza della realtà primigenia, di questi motori di creato, si è poi trasformata grazie alle nostre piacevoli guide di cammino, in una bevuta di whisky on the rocks, molto poetica, nel senso di summa sintesi. Immaginatevi voi il ritorno barcollando per poi rimontare in barca. Per raggiungere il ghiacciaio è stato necessario prendere un imbarcazione.
La genesi biblica ha subito nella mia mente, in preda ad una crisi mistica, un’ interpretazione ulteriore; e se il paradiso fosse sempre stato quello che è stato creato sulla terra, si proprio sulla terra, un paradiso terrestre; mi sembra di avere già sentito questa definizione da qualche parte; e se il peccato originale non fosse altro che un peccato nei confronti della sostenibilità del pianeta, con l’avvento della nostra mente sempre più calcolatrice e in preda a previsioni; da quando la nostra mente ha iniziato a registrare e a memorizzare all’impazzata tutto, è iniziata questa folle corsa, che ha reso sempre meno eterno questo pianeta e la nostra vita su di esso.
Il Perito Moreno, ghiaccio, il suo lento equilibrio che affonda nei secoli, la sostenibilità di questo processo mi hanno strabiliato; sono contatori della nostra condotta di vita sulla terra; la maggior parte di loro si sta esaurendo. Ma il Perito Moreno rimane ancora in buona salute, con i suoi quattrocento anni, di età apparente, ovvero di età relativa al suo ciclo vitale completo.
Da quando abbiamo mangiato la prima mela, tra l’altro la mela si è scoperto di recente essere fonte di rafforzamento della memoria, tutta l’eternità di questo orologio biologico si è a poco a poco persa.
Speriamo di raggiungere un nuovo stato di Beozia per eliminare questo meccanismo, o di diventare degli artisti talmente sopraffini da raggiungere il gesto creativo dell’altissimo.
E così il viaggio in corriera volge al termine in un clima allegro e rilassato come nulla fosse successo da quel giorno lontano.
Alla sera di questo giorno, l’appetito e la voglia di provare nuovi sapori si è acuita; andiamo tutti e tre alla Tablita, un ristorante con asado a vista, da gaucho, e frequentato anche da diversi turisti; chi ti becchiamo, Ernesto, in serata, che come a seguire un raggio di luna e a raggiungere la sua bella si è presentato a tarda notte; dicevo a Vanessa: “la luna ti guarda alle spalle come ad indicarti al messicano errante”; ma questo poi le ha rifilato un saluto rapido anche se con sorriso a ventiquattro denti.
Forse il lungo dialogo che avevano avuto in corriera non è stato che un gioco di giovane, forse che Vanessa è stata troppo sincera con lui: “ho 31 anni!”, ha detto, violando il primo principio del rimorchio; chi altro c’era alla Tablita, c’erano due principini dalla puzza sotto il naso, che per tutto il tragitto sul ghiaccio, parlottavano tra loro con fare di sfottò e che per ben due volte mi hanno chiesto di fotografarli, senza aggiungere altro. C’erano tante famiglie argentine, che donne le argentine, dagli occhi indigeni e gli zigomi occidentali.
La cena è stata un portento di carne, fin troppa carne che continuava ad arrivare con portate da transatlantico.
Qui in Argentina amano cuocere tutte le parti dell’animale dopo averlo impalato e messo in croce sulla brace ardente. Il vino uno splendido Malbec della zona di Mendoza, corposo e fruttato con raffinazione in barriq.
Fuori dal locale, andiamo di nuovo a percorrere la strada di polvere e sabbia che porta all’ostello, che splendida visione nella notte di questa duna, riposarci sopra, sapendo chi l’ha forgiata, che abbiamo incontrato oggi stesso.
Con questo sapore di carne interiora e Malbec sono pronto di nuovo a liberare gli istinti animali, animisticamente assorto.
Il giorno sorge alle spalle del nostro letto; la giornata scorre lenta e pigra in un continuo migrare lungo la via principale di El Calafate, andando a visitare anche i dintorni di questa strada in mezzo al nulla; il che significa spingersi poche decine di metri più in là.
Tanti sono i cani pellegrini, come noi che corrono sulla strada; più che correre, passeggiano paciosi, padroni della loro strada, sicuri e sorridenti e ti seguono per un po’ dandoti la loro gioia di ricevere una carezza.Siamo qui in mezzo al nulla, chi l’ha detto che la natura è il nulla?!?
Beviamo una cioccolata e mangiamo del cioccolato in un negozio lungo la via principale scrivendo cartoline. E dal vetro sulla strada chi vedo?
Vedo la coppia Araucana dell’aereo, la coppia sniff sniff, sono in camminata sul marciapiede e incrocio per ben due tre secondi lo sguardo di lui, e penso al cacao ora più che mai cocaina, e ai loro progenitori pre-conquista spagnola.
Mi viene da sorridere mentre ebbro di cioccolato il mio occhio incrocia il suo ebbro di polvere bianca e leggermente iniettato di sangue. Una linea immaginaria del tempo che collega le nostre iridi.
Ritorniamo al freddo secco della strada con Barbara che senza soldi perde la pazienza nei confronti delle macchinette automatiche di denaro e della sua tesserina magica.
El Calafate ogni tre quattro case ne ha una in costruzione, e da dove arriva tutto il materiale, in cerca di una riduzione di presa elettrica, incontriamo la più grossa ferramenta di El Calafate, dove come in tanti altri posti siamo accolti splendidamente da un commesso di origini siciliane, che ci gironzola attorno amichevolmente. Vi amo persone dal cuore grande, qui vi ho incontrate.
E’ il giorno della ripartenza per Ushuaia e mi spiace aver un po’ trascurato i restanti personaggi di questa cittadina; infatti con Mariano e soprattutto con le due donne non ci siamo scambiati lunghi discorsi.
Alla fine del pomeriggio ecco che la donna delle due più indigena nel suo essere argentina, Ana, mi riempie di sguardi a tal punto da volerla soddisfare con un po’ di parole dolci e suadenti, da prossimo musicista che girerà questo paese in cerca di gente da far ballare, per un bel po’ di città. C’è un forte scambio a pelle in questi pochi secondi che ci sfrigolano. E come tutti gli adii è lento e dilatato.
La strada verso l’aeroporto, in taxi, è fantastica, forte di queste emozioni, e del dilatarsi dello spazio. Quando spazio e tempo si dilatano è un istante di maxima gioia; ecco le saline di salnitro non osservate prima, come se anche la mente si risvegliasse all’improvviso fotografando e registrando.
Siamo di nuovo nell’aeroporto più bello del mondo in attesa di una nuova meta: Ushuaia.
Ritardo cronico prima del volo anche in questo caso il ritardo è ozio, è cultura; è un luogo dal fascino antico quello verso cui ci stiamo imbarcando.
Si parte, il viaggio in aereo è pure di quelli tra le nubi sballottolati tra vibrazioni e rollii che sembrano spiriti sovrumani atti a vegliare su quest’area del mondo così estremamente a sud, prima dell’Antartide.
Magellano, Fitz Roy, a cui è dedicata una vetta patagone, Darwin con lui e molti altri navigatori e indagatori dello scibile umano vi hanno lasciato le loro orme secolari, e così tanti altri uomini indigeni che molto prima si trovarono a conoscere queste rocce, gli Yamanà, e altri con loro, dall’Asia, piuttosto che da ovunque siano arrivati (Bering, etc.).
E’ esemplare come gli strati intellettivi successivi all’istinto primordiale Yamanà, abbiano permesso di considerare scoperte e ritrovamenti geografici su più piani di conoscenza, come se gli Yamanà non fossero uomini ma fenomeni da baraccone, da esposizione universale in mezzo allo champagne e al caviale.
E’ un po’ come se ricodificare corrispondesse, da sbronzi poco consapevoli e dai sensi permeati di burro, a ricreare, a far risorgere.
Nel tardo pomeriggio atterriamo tra le montagne basse che circondano e avvolgono a nord Ushuaia, trovando vento freddo e un clima non certo primaverile, nel senso della primavera delle nostre parti.
L’aereo supera le montagne per poi virare e tornare dall’oceano verso terra.
E’ una sensazione strana quella data dall’interno dell’aeroporto di Ushuaia, è come se già il freddo vento dell’Antartide soffiasse e lo sentissimo all’interno della volta di archi di legno e acciaio.
Usano uno Schnauzer gigante come cane antidroga; Vanessa e Barbara non possono fare a meno di apprezzare un esemplare così pulito e imponente al di là del suo padrone e a forza e furia di coccole se lo fanno amico e anche il poliziotto non può fare a meno di sorridere alla vista di questa tenera scena; mica male come sdoganamento al di là di ogni sospetto.
Il taxi ci porta verso l’aeroporto vecchio, il porto e quindi la città di Ushuaia che si snoda lungo la costa con tutta una serie di edifici e strade a croce che declinano verso il Canal Beagle. Ci sono alcune dimore storiche che ricordano case disegnate dalla fantasia dei fratelli Grimm e funzionali al clima che le ospita. Arriviamo al nostro alloggio: l’ostello Antartica; un posto più autogestito del precedente ostello, ma con una sua particolarità, un salone ricco di libri, quadri, socialità, bar e forse anche un po’ troppa trasgressione giovanile, per i miei ritmi attuali, quella sana di quando hai vent’anni e vorresti dimostrare al mondo di essere invincibile e dove le colonne della fine del mondo incontrano sinuose lo scontro con i confini dell’adolescenza di un uomo.
Subito siamo tentati di scorrazzare per la città più a sud del mondo e quindi eccoci quando ormai il sole è calato per strada a salire e risalire, quasi a volere imparare le vie della città, anche in cerca di un posto dove mangiare qualcosa.
Proprio una di quelle casette tipiche con il tetto spiovente e le pareti pieghettate è un “Bar Ideal”, in cui subito siamo risucchiati pronti ad assaggiare la granseola, uno dei prodotti dell’oceano più pescati da queste parti.
La cittadina è un centro turistico senza dubbio e in questo week-end abbiamo vissuto male la sensazione di chi invece ci lavora giorno per giorno, perché è festa, un po’ per tutti confusi in una grande mescla.
Oggi è il giorno di cammino per la città. Mi piace ripetere le vie di una città nuova e così anche Barbara e Vanessa, quasi a confondersi con i cani e segnare il territorio.
E’ una via principale il paese, piena di souvenir e visi rilassati dalla vacanza, convinti di esserci anche loro lì, in una consapevolezza collettiva da fin del mundo poco nota nell’essere, ma nel malessere dell’estetica consumata da guinnes dei primati e ignota alla terra.
Una ragazza dai capelli biondi, ci accoglie all’ufficio informazioni, con l’elenco, su carta senza formato, delle priorità di visita.
Ed ecco il carcere di Ushuaia, in cui si apre uno spaccato di storia minima del paese.
Il vento sbatte furioso sulle vetrate del tetto, incutendo le sensazioni infernali dell’assenza di libertà, di Radowitzky, anarchico nell’anima e del letterato politico solidale Roja.
Poi fuori lo stesso vento sembra farti librare come un uccello, pronto all’ibridazione. Un cormorano re e imperatore allo stesso tempo del Canal Beagle, che vorrei però chiamare con il suo primo nome Yamanà.
Pensa che incroci di sbarre ci chiudono l’orizzonte, qua dentro e che decisione nell’evoluzione colonialistica è stata questa pensata.
Timorosi homo videns cercano di fotografare frammenti di questa sofferenza senza cavarne un ragno dal buco.
E come vanno fieri qua della loro storia coloniale mettono perfino in mostra il libro dei battezzati di Thomas Bridge, le macchie di sangue indigeno dal passato.
Chiesa che vuole dettare legge e castrazione alla natura umana in ogni tempo ed in ogni spazio.
L’unico tra voi che ha visto fuori dalla sua stretta orma è stato Charles Darwin.
Il peruviano felice guidava la sua anima in Italia parlandomi della lingua, degli amici, un irresistibile e fragorosa voglia di lasciar il suo paese, ora l’Argentina, per il nostro; un fisico tondeggiante e radiante gioia, per l’intero camminar del suo furgone, quando ad un certo punto fermi al controllo dei guardaparco, all’ennesima parola italiana da tradurre in spagnolo che gli ho porto in viso, lui s’incanta ritto e fermo come una roccia del nord nella valle della luna; creata lì, fissa al vento e da chissà quanti anni di storia geologica. In questo caso il suo sguardo è rimasto fermo come gli stipendi dei guardaparco, afflitti con poco più di quattrocento pesos al mese, da dieci anni. Poi mentre un volantino entra nell’abitacolo, ci sono scritte parole di protesta, gli attimi di sofferenza si snervano nel collo del mio amico peruviano, che da leone marino punta all’indietro, rilassando i muscoli. Fermo immagine e poi via parole in italiano e spagnolo come se il fluire della vita fosse solo una anticamera gioiosa.
La terra del fuoco ci avvolge e si apre quando arriviamo a piedi, al lago dell’Isla Redonda e tra la cordigliera e il lago oceanico, ci addentriamo tra alberi di un tempo, che hanno trasmigrato tante vite. Ho questa sensazione, tra un infinità di piante di ogni dimensione che si accasciano al suolo lacerate, a macerare d’acqua, dilaniate dalla testa ai piedi; è come se mi trovassi in un cimitero, soffro con loro che crescono ricche di terra fertile, illuse di fronte ad una acqua salata che le abbatte, quasi d’accordo sembrano nel venir qui, a morire; la trasmigrazione generazionale di semi che hanno viaggiato a lungo prima di arrivar a morir qui. Il cammino è giunto a perdersi, Barbara e Vanessa fuggono per il sentiero, mentre compiango queste piante e faccio una fotografia a tronchi morenti.
Sono in cerca degli istinti e dell’evoluzione di noi uomini oggi. Tanti linguaggi, tanti concetti complessi e distanti, strati intellettivi, cumuli. L’evoluzione della specie uomo si è tramutata per la maggior parte in evoluzione del pensiero.
Dopo un giorno di cammino, decido di voler vedere tutto dall’alto e scalo letteralmente di corsa, per non perdere il pulmino del ritorno, e soprattutto la visione onirica dell’occhio di dio, ispirato da Arthus Bertrand e dalla sua ottica divina. Il Cerro Guanaco in un ora e 15 minuti . Insenature d’acqua oceanica a perdita d’occhio tra queste montagne basse, pronte a tuffarsi all’orizzonte. Nel mezzo del Canal Beagle, pronti a ripartire per la ciudad de Buenos Aires, neanche fosse un viaggio in nave d’altri tempi; il vento gelido batte sulle nostre pelli rosse di passione per quella porta in fondo all’estremo sud.
Sull’isola di Bridge ci acquattiamo e il sibilo del vento si placa. E’ una piccola superficie in mezzo all’infinita distesa d’acqua. Tutta costellata di rocce vegetali rugose e di un verde vivissimo; intorno i resti della popolazione Yamanà; precursori di una società sostenibile, uccisi da un ordine differente: combinazioni intellettive, distruttive dell’umanità. L’evoluzione dovrebbe farci sopravvivere? Ma su che scala temporale? E’ la natura a rispondere, chi si accontenta gode!
L’istinto inconsapevole segue e s’incastra nel ciclo di vite come caos creativo che muta. La troppa consapevolezza, ormai necessaria, ci crea un mondo virtuale parallelo di selezione ed evoluzione di pensiero che è in rivalsa con la selezione ed evoluzione della natura complessiva del pianeta? Quale delle due selezioni ed evoluzioni avrà il sopravvento, spirito libero?