domenica 23 gennaio 2011

viaggio alla fine del mondo


La partenza è stata trafelata, ritmata da un infinità di controlli sull’aver preso tutto il necessario, il superfluo e il necessario che diventa superfluo e viceversa.
Finalmente in moto in cerca di Vanessa, che ci accompagnerà in questo viaggio. Questa prima settimana, saremo io e la mia compagna Barbara; ed ecco che in un misto di pioggia, vento e sole appare tra Bergamo e Stezzano un ponte colorato in mezzo al cielo, che preannuncia il nostro prossimo sollevarci in volo, per coprire l’enorme distanza che ci separa dalla meta, Milano, Parigi, Buenos Aires.
Penso, mentre leggo alla sciatta le Scienze, in aeroporto, a Darwin, a chi lo critica. All’integralismo religioso e ai frattali - tessera matematica interessante e mancante all’orizzonte dell’evoluzionismo.
I genitori di Barbara se ne sono da poco andati, lasciandomi raccomandazioni ferree, sulla figlia, in mani mie. Nel frattempo Barbara s’innervosisce e fa di tutto per giocare con la tecnologia subendola, senza ascoltare la mia voce, forse fin troppo tranquilla e velata, fino al punto di non evitare il blocco del telefono cellulare, con cui giocava, suo mezzo di comunicazione per questo viaggio argentino. Siamo in volo qui da Linate a Charles de Gaulle.

Mentre ricompongo il panino con frittatina Alitalia, donatomi in splendida confezione cartonata “with compliments of Alitalia”, penso ad un immagine di un ragazzo d’Africa che mi guarda da una pagina de le Scienze.

Una pubblicità UNICEF, che mi porta alla seguente riflessione: possibile che questa unica strada - quella della ragione - possa rendere consapevoli della triste disuguaglianza e del nostro ordine millesimale da snack in volo e che anche i pubblicitari, gli artisti del marketing, se ne siano accorti, così da scegliere, come target adeguato alle loro pubblicità caritatevoli nei confronti dei poveri del mondo, una rivista dedicata alle scienze (alla ragione intellettiva) e che fino adesso, pur a questo livello di consapevolezza, non si faccia alcuna manovra correttiva?

La ragione spesso è fine a se stessa senza emozione e scambio.

Percorriamo le strade lunghe e diritte di quest’aeroporto, Charles de Gaulle, di marmi bianchi e cemento, senza fine, semplice e senza tempo, come se non volesse esprimere troppo la nazione in cui ci troviamo, solo scorci d’arte di Pompidou ad un certo punto ci colgono, tra cui la Waterloo di Chopin, di un’esposizione dedicata alla pittura moderna e quasi contemporanea, tra tapi-roulant e corridoi ad ampio orizzonte che prima scanso, ma poi provo quasi a voler superare la velocità di me stesso.
Scendiamo verso l’imbarco per l’agognata argentinea terra; Barbara e Vanessa sono state l’una vispa e salterina, l’altra pronta a sorridere e a regalare buonumore.

Ed ecco che troviamo tra tante sigle il punto d’ingresso all’imbarco. Ma come un istante dopo è chiuso?!? Altri musici e strumenti d’Africa e Francia si mischiano alla mia tromba: sorrisi, rispetto negli occhi che s’incrociano; questi fanno dietrofront ed escono dalla coda all’ingresso, così io, Barbara e Vanessa, di fronte alla scritta alt closet, seguiamo il gregge di musici, verso un altro ingresso che pure viene chiuso immediatamente appena giunti, mentre ancora un genitore saluta raggiante di felicità il proprio figlio; se pas possibile…, surreale tutto a poco a poco viene chiuso, e noi si cerca di proseguire per il corridoio ed ecco che una tuta blu di un poliziotto sbarra dieci metri di ampio viale; in lontananza si vedono altri poliziotti armeggiare e noi lì, in questa terra di nessuno, in un attesa senza ragione; Barbara, Barbara! Chiedi tu che sai la lingua, ma poi mi ritrovo a chiedere in inglese. Bagaglio abbandonato, bomba, panico, allarme. Che facciamo? Una suonata così al volo? Mi passa per la mente.

E intanto mi scappa un ghigno verso il poliziotto che attraverso il vetro di un portone vedo essersi chiuso fuori; è uscito chiudendosi fuori, così comicamente, lui che dovrebbe salvaguardare la situazione, si trova a chiedere il nostro aiuto, che non tarda ad arrivare. Che beffa!

Finalmente siamo in aereo verso Buenos Aires.

Arriviamo sulla pista di atterraggio di Buenos Aires, Aeroporto Internacional Ministro Pistarino, dopo il lungo volo, e di colpo siamo catapultati in questa landa di aeroporto in fase di ristrutturazione, tra fili, tubi futuristi argentei che ci piovono sul capo, in uno spazio piuttosto stretto, fra i passeggeri del volo ci si perde piuttosto rapidamente.

Ed eccoci in dogana attraverso cui ci viene rilasciato il visto d’ingresso al paese, tutti ancora inconsapevoli del viaggio e alla ricerca di un senso a queste notizie filtrate in Italia, di una Buenos Aires non così sicura in seguito alla crisi di pochi anni fa.

Abbiamo amici che si accaniscono su queste cose in Italia. E quindi siamo pronti ad uscire dall’incubatrice e a toccare con i nostri piedi il suolo argentino.

Appena fuori ecco la sorpresa di vederci salutare a braccia aperte da i due nostri migliori amici in Argentina, Nicolas e Paz, che spesso a Bergamo hanno trovato ospitalità e festeggiato con noi.

Che lacrime agli occhi vederli, anche se poi montati su questo grosso pick-up, con cui Nico ci ha trasportato all’altro aeroporto, di Buenos Aires, mi è parso quasi incredibile, essere in Sudamerica con gli amici argentini di Bergamo, coloro che siamo stati spesso abituati a frequentare dalle nostre parti; ma l’incredibile dimensione di Buenos Aires subito ci fa dimenticare questo particolare e veniamo assorbiti dal traffico ampio ma scorrevole della metropoli.
Palazzi scrostati e in bilico estetico tra gotico liberty e costruzione urbanistica selvaggia sono l’impressione architetturale che mi colpisce, pur con la sensazione di essere su un territorio vastissimo di cui stiamo mettendo a fuoco pochissima parte; vedo diversi motociclisti, che mi dicono essere pony express, delle lunghe distanze, li ribattezzerei horse express o gente che prima aveva l’auto e adesso va in moto, perché l’auto l’ha venduta.


Paz ci mostra il teatro Colon dell’opera, Avenida 9 Julio, giornata dell’indipendenza di questo paese, che sembra più vivo e in fermento che mai. Con tutte queste corsie laviche. Quindi finalmente all’Obelisco.

Degli Araucani e degli indios in genere ancora neanche l’ombra, anche se la varietà di pelli e carnagioni è impressionante. Delle villas miseria neanche l’ombra, anche se Paz tiene a precisare, con la sua sensibilità di quasi madre, che la quantità di gente in strada, anche con gli occhiali belli del penultimo grido, è impressionante. Giovani che riassettano il loro giaciglio all’addiaccio e contano i giorni nel traffico che sgasa.

E poi l’impressionate Rio de la Plata che è tanto largo da accogliere le anime di milioni, ma anche più, già nell’atterrare ci ha impressionato. L’Uruguay non si vede all’orizzonte dal lungofiume si perde anche lui nel Rio de la Plata.


Prossimamente Nico ci ospiterà qui a Buenos Aires, insieme ad altri musici italiani dei Jabberwocky erranti, Dulco e Laura, la sua compagna.

Arriviamo all’aeroporto domestico di Buenos Aires, una grande e nuova costruzione, in cui ci perdiamo a vista d’occhio tra scale e tante tante persone in fila ai vari check-in. E con una tutina per il futuro nascituro salutiamo Nicolas e Paz, che si perdono all’orizzonte.

Eccoci finalmente tutti e tre insieme sull’attesa di una partenza piena di voglia e sogni.

Ci beviamo un succo d’arancia al bar dell’aeroporto, e subito il tentativo di rubarci qualche pesos salta fuori, come atteso; l’arte di arrangiarsi, quando si sta un po’ con l’acqua alla gola e c’è anche un po’ di sangue italico, mediterraneo, del continente saggio di conquista; gli occhi sottili di un indigeno cercano di prenderci qualche pesos in più.

E così partiamo verso il check-in per il nostro aereo, ma anche qui attesa, c’è qualcosa che non funziona all’aereo; cambi di gates; viaggeremo sicuri? La crisi, mica la crisi, e invece no ecco che ci reindirizzano tutti ad un altro ingresso.

Le belle donne anch’esse dagli occhi piatti come la terra che stiamo cercando di andare a visitare, si aggirano sornione e sensuali dietro il bancone, fingendo il nulla; ed ecco quel nasino che aspira un po’ freneticamente; si gira furtivo e rosseggia con grattata di dorso di mano; ci si tira su così dopo la crisi; anche la psicologia vuole la sua parte, quando ci si deve reinserire al volo nei ritmi di sempre di lavoro e di routine. E così fra uno sniff e l’altro siamo imbarcati, che sollievo!

E se il pilota ha una crisi di down mentre è al comando? Ecco che in aereo i pensieri volano in un'altra direzione: il panorama della pace di dio domandata da Darwin, ed ecco profilarsi la sensazione di pace.

Tra un pasto e l’altro i passeggeri davanti a noi si fregano il nasino; due occhi d’Araucano di donna, si voltano tra un sedile e l’altro della fila, verso di me e con sospetto cambiano direzione verso il compagno, in cerca di risposte ormai perse nel tempo.

I miei occhi rivolti a Barbara e al panorama sono oltretutto oscurati dalle lenti scure, la donna Araucana, davanti a noi, è nel panico, tra un sacchetto di polvere nascosta e il nulla di due lenti scure che la potrebbero scoprire.

Si volta verso il marito olivastro ed Araucano anche lui, che ha gli occhi rossi e lucidi, e ritma le labbra a tempo di polvere mossa dal vento. Io non posso non voler guardare questo teatro di vita, tra gli schienali, in perfetto mutismo fisico; poi lei prende la strada del bagno in fondo all’aereo, così da rassicurare le nari.

Il territorio sotto di me è ricco di sinuosità libere nello spazio, fiumi, e punti lucenti, laghi e vedo anche i pioppi che, leggo dal libro, vicino alle case insieme agli eucalipti.

La pace dei sensi è sempre maggiore e il mio collo smolla i muscoli. Atterriamo tra i cespugli bassi di El Calafate; è un aeroporto ricco di lamiera traforata che respira la polvere e la sabbia lavorata dal ghiaccio, così come le montagne che lo circondano; un altipiano piuttosto massiccio, che a terra subito colpisce la mia attenzione, roccia e sabbia insieme, che fanno l’amore come in un ricongiungimento biblico, fra inizio e fine di un ciclo del mondo.

Questa roccia vestita di sabbia avvolge anche noi che la guardiamo con occhi lucidi e commossi e i nostri zaini pesanti in spalla attendendo un taxi.

Nessuno è venuto a prenderci, Barbara e Vanessa sono alla ricerca di qualcuno dell’America del Sur Hostel, ma niente, tutti i taxi se ne sono scappati e allora rimaniamo lì in attesa a rimirare quello che forse è l’aeroporto più piccolo e raffinato del mondo, per la cornice; come siamo antropocentrici! La bibbia, la genesi lo diceva. Ed ecco che in taxi raggiungiamo l’agglomerato quasi pionieristico di El Calafate; la pista del vecchio aeroporto si mischia con le restanti strade; le case in costruzione si mischiano alle case più antiche. E così auto scassate senza nulla, se non l’essenziale, passano tra noi e gli altri pick-up nuovi delle villette la su in collina.

America del Sur Hostel: eccezionale posto, la rabbia di un incontro, per fretta con il gestore, poi sorrisi ed empatia di poche parole con gli altri ragazzi dell’ostello.

Un alloggio da poco costruito, ma splendidamente ubicato sulla duna; finché il tempo vuole io sto qui, sembra dire, ammirando lo stesso panorama delle villette più ricche e comode.



E mentre i granelli del tempo scorrono nell’aria cerchiamo di non rimanere ipnotizzati dai quadri di vetro delle pareti dell’ostello. Vi amo, vi amo! Voi che sapete accogliere! Un risveglio pulsante e voglioso per santificare l’anima Araucana e Mariano che mi dice Marco sei l’ultimo, mentre saliamo a bordo del pulmino che ci porterà verso il più grande dei ghiacci terrestri non polari, il Perito Moreno, una creatura vivente, che tanto ha fatto e tanto ancora ha da fare per tutto ciò che ci circonda, in questa landa di infinito.

Siamo un nutrito gruppo di argentini, messicani ed altre nazionalità; già è uno spettacolo vedersi sollevare vortici di sabbia sulle sponde chilometriche del lago Argentina, con più linee di Ande a circondare il nostro sguardo allibito, così da non disperderlo completamente in una trance onirica, si perché quando ci si rilassa di fronte a questo spettacolo della natura c’è un collegamento verso l’alto.

La corriera prosegue indefessa con scambio di mate tra guidatore e guida e tutti gli altri, compreso me, si girano da una parte all’altra dei finestroni laterali del mezzo, catturati da quadri dinamici che continuano a mutare con una lentezza dettata dalle larghe dimensioni di questi orizzonti. Ad un certo punto quando le montagne prima lontane ritornano vicine, ci fermiamo in riva ad un laghetto, qui conosciamo dotato di videocamera, sempre accesa, un ragazzo messicano, dal nome quasi italiano, Ernesto, che per tutto il viaggio, giovane dei suoi anni, farà una corte spietata e giocosa in puro stile sudamericano all’amica della mia compagna, Vanessa. 

Il Perito Moreno quando dietro l’angolo è spuntato per la prima volta, è stato un flash luminoso, da cui l’occhio faceva fatica a staccarsi, una distesa di ghiaccio di decine di chilometri e alta centinaia di metri, da cui dei boati fortissimi ogni tanto provenivano, risvegliando la nostra attenzione, come assordanti fragori.

Il ghiacciaio è pelle, cassa di risonanza e battente in un tutt’uno, è musicista e pittore del paesaggio al tempo stesso; che meraviglia e quando ci abbiamo messo i piedi sopra, guardando l’intera distesa prodotta da cotanta mole, in movimento ma ferma, dalle tante lingue, il lago argentino è sembrato una spremuta di limone. L’ebbrezza della realtà primigenia, di questi motori di creato, si è poi trasformata grazie alle nostre piacevoli guide di cammino, in una bevuta di whisky on the rocks, molto poetica, nel senso di summa sintesi. Immaginatevi voi il ritorno barcollando per poi rimontare in barca. Per raggiungere il ghiacciaio è stato necessario prendere un imbarcazione.

La genesi biblica ha subito nella mia mente, in preda ad una crisi mistica, un’ interpretazione ulteriore; e se il paradiso fosse sempre stato quello che è stato creato sulla terra, si proprio sulla terra, un paradiso terrestre; mi sembra di avere già sentito questa definizione da qualche parte; e se il peccato originale non fosse altro che un peccato nei confronti della sostenibilità del pianeta, con l’avvento della nostra mente sempre più calcolatrice e in preda a previsioni; da quando la nostra mente ha iniziato a registrare e a memorizzare all’impazzata tutto, è iniziata questa folle corsa, che ha reso sempre meno eterno questo pianeta e la nostra vita su di esso.

 
Il Perito Moreno, ghiaccio, il suo lento equilibrio che affonda nei secoli, la sostenibilità di questo processo mi hanno strabiliato; sono contatori della nostra condotta di vita sulla terra; la maggior parte di loro si sta esaurendo. Ma il Perito Moreno rimane ancora in buona salute, con i suoi quattrocento anni, di età apparente, ovvero di età relativa al suo ciclo vitale completo.

Da quando abbiamo mangiato la prima mela, tra l’altro la mela si è scoperto di recente essere fonte di rafforzamento della memoria, tutta l’eternità di questo orologio biologico si è a poco a poco persa.


Speriamo di raggiungere un nuovo stato di Beozia per eliminare questo meccanismo, o di diventare degli artisti talmente sopraffini da raggiungere il gesto creativo dell’altissimo.

E così il viaggio in corriera volge al termine in un clima allegro e rilassato come nulla fosse successo da quel giorno lontano.

Alla sera di questo giorno, l’appetito e la voglia di provare nuovi sapori si è acuita; andiamo tutti e tre alla Tablita, un ristorante con asado a vista, da gaucho, e frequentato anche da diversi turisti; chi ti becchiamo, Ernesto, in serata, che come a seguire un raggio di luna e a raggiungere la sua bella si è presentato a tarda notte; dicevo a Vanessa: “la luna ti guarda alle spalle come ad indicarti al messicano errante”; ma questo poi le ha rifilato un saluto rapido anche se con sorriso a ventiquattro denti.

Forse il lungo dialogo che avevano avuto in corriera non è stato che un gioco di giovane, forse che Vanessa è stata troppo sincera con lui: “ho 31 anni!”, ha detto, violando il primo principio del rimorchio; chi altro c’era alla Tablita, c’erano due principini dalla puzza sotto il naso, che per tutto il tragitto sul ghiaccio, parlottavano tra loro con fare di sfottò e che per ben due volte mi hanno chiesto di fotografarli, senza aggiungere altro. C’erano tante famiglie argentine, che donne le argentine, dagli occhi indigeni e gli zigomi occidentali.

La cena è stata un portento di carne, fin troppa carne che continuava ad arrivare con portate da transatlantico.

Qui in Argentina amano cuocere tutte le parti dell’animale dopo averlo impalato e messo in croce sulla brace ardente. Il vino uno splendido Malbec della zona di Mendoza, corposo e fruttato con raffinazione in barriq.

Fuori dal locale, andiamo di nuovo a percorrere la strada di polvere e sabbia che porta all’ostello, che splendida visione nella notte di questa duna, riposarci sopra, sapendo chi l’ha forgiata, che abbiamo incontrato oggi stesso.

Con questo sapore di carne interiora e Malbec sono pronto di nuovo a liberare gli istinti animali, animisticamente assorto.

Il giorno sorge alle spalle del nostro letto; la giornata scorre lenta e pigra in un continuo migrare lungo la via principale di El Calafate, andando a visitare anche i dintorni di questa strada in mezzo al nulla; il che significa spingersi poche decine di metri più in là.

 
Tanti sono i cani pellegrini, come noi che corrono sulla strada; più che correre, passeggiano paciosi, padroni della loro strada, sicuri e sorridenti e ti seguono per un po’ dandoti la loro gioia di ricevere una carezza.
Siamo qui in mezzo al nulla, chi l’ha detto che la natura è il nulla?!? 

 
Beviamo una cioccolata e mangiamo del cioccolato in un negozio lungo la via principale scrivendo cartoline. E dal vetro sulla strada chi vedo?

Vedo la coppia Araucana dell’aereo, la coppia sniff sniff, sono in camminata sul marciapiede e incrocio per ben due tre secondi lo sguardo di lui, e penso al cacao ora più che mai cocaina, e ai loro progenitori pre-conquista spagnola.

Mi viene da sorridere mentre ebbro di cioccolato il mio occhio incrocia il suo ebbro di polvere bianca e leggermente iniettato di sangue. Una linea immaginaria del tempo che collega le nostre iridi.

Ritorniamo al freddo secco della strada con Barbara che senza soldi perde la pazienza nei confronti delle macchinette automatiche di denaro e della sua tesserina magica.

El Calafate ogni tre quattro case ne ha una in costruzione, e da dove arriva tutto il materiale, in cerca di una riduzione di presa elettrica, incontriamo la più grossa ferramenta di El Calafate, dove come in tanti altri posti siamo accolti splendidamente da un commesso di origini siciliane, che ci gironzola attorno amichevolmente. Vi amo persone dal cuore grande, qui vi ho incontrate. 

E’ il giorno della ripartenza per Ushuaia e mi spiace aver un po’ trascurato i restanti personaggi di questa cittadina; infatti con Mariano e soprattutto con le due donne non ci siamo scambiati lunghi discorsi.

Alla fine del pomeriggio ecco che la donna delle due più indigena nel suo essere argentina, Ana, mi riempie di sguardi a tal punto da volerla soddisfare con un po’ di parole dolci e suadenti, da prossimo musicista che girerà questo paese in cerca di gente da far ballare, per un bel po’ di città. C’è un forte scambio a pelle in questi pochi secondi che ci sfrigolano. E come tutti gli adii è lento e dilatato.

La strada verso l’aeroporto, in taxi, è fantastica, forte di queste emozioni, e del dilatarsi dello spazio. Quando spazio e tempo si dilatano è un istante di maxima gioia; ecco le saline di salnitro non osservate prima, come se anche la mente si risvegliasse all’improvviso fotografando e registrando.

Siamo di nuovo nell’aeroporto più bello del mondo in attesa di una nuova meta: Ushuaia.

Ritardo cronico prima del volo anche in questo caso il ritardo è ozio, è cultura; è un luogo dal fascino antico quello verso cui ci stiamo imbarcando.

Si parte, il viaggio in aereo è pure di quelli tra le nubi sballottolati tra vibrazioni e rollii che sembrano spiriti sovrumani atti a vegliare su quest’area del mondo così estremamente a sud, prima dell’Antartide.

Magellano, Fitz Roy, a cui è dedicata una vetta patagone, Darwin con lui e molti altri navigatori e indagatori dello scibile umano vi hanno lasciato le loro orme secolari, e così tanti altri uomini indigeni che molto prima si trovarono a conoscere queste rocce, gli Yamanà, e altri con loro, dall’Asia, piuttosto che da ovunque siano arrivati (Bering, etc.).

E’ esemplare come gli strati intellettivi successivi all’istinto primordiale Yamanà, abbiano permesso di considerare scoperte e ritrovamenti geografici su più piani di conoscenza, come se gli Yamanà non fossero uomini ma fenomeni da baraccone, da esposizione universale in mezzo allo champagne e al caviale.

E’ un po’ come se ricodificare corrispondesse, da sbronzi poco consapevoli e dai sensi permeati di burro, a ricreare, a far risorgere.

 
Nel tardo pomeriggio atterriamo tra le montagne basse che circondano e avvolgono a nord Ushuaia, trovando vento freddo e un clima non certo primaverile, nel senso della primavera delle nostre parti.

L’aereo supera le montagne per poi virare e tornare dall’oceano verso terra.


E’ una sensazione strana quella data dall’interno dell’aeroporto di Ushuaia, è come se già il freddo vento dell’Antartide soffiasse e lo sentissimo all’interno della volta di archi di legno e acciaio.

Usano uno Schnauzer gigante come cane antidroga; Vanessa e Barbara non possono fare a meno di apprezzare un esemplare così pulito e imponente al di là del suo padrone e a forza e furia di coccole se lo fanno amico e anche il poliziotto non può fare a meno di sorridere alla vista di questa tenera scena; mica male come sdoganamento al di là di ogni sospetto.

Il taxi ci porta verso l’aeroporto vecchio, il porto e quindi la città di Ushuaia che si snoda lungo la costa con tutta una serie di edifici e strade a croce che declinano verso il Canal Beagle. Ci sono alcune dimore storiche che ricordano case disegnate dalla fantasia dei fratelli Grimm e funzionali al clima che le ospita. Arriviamo al nostro alloggio: l’ostello Antartica; un posto più autogestito del precedente ostello, ma con una sua particolarità, un salone ricco di libri, quadri, socialità, bar e forse anche un po’ troppa trasgressione giovanile, per i miei ritmi attuali, quella sana di quando hai vent’anni e vorresti dimostrare al mondo di essere invincibile e dove le colonne della fine del mondo incontrano sinuose lo scontro con i confini dell’adolescenza di un uomo.

Subito siamo tentati di scorrazzare per la città più a sud del mondo e quindi eccoci quando ormai il sole è calato per strada a salire e risalire, quasi a volere imparare le vie della città, anche in cerca di un posto dove mangiare qualcosa.

Proprio una di quelle casette tipiche con il tetto spiovente e le pareti pieghettate è un “Bar Ideal”, in cui subito siamo risucchiati pronti ad assaggiare la granseola, uno dei prodotti dell’oceano più pescati da queste parti.

La cittadina è un centro turistico senza dubbio e in questo week-end abbiamo vissuto male la sensazione di chi invece ci lavora giorno per giorno, perché è festa, un po’ per tutti confusi in una grande mescla.

Oggi è il giorno di cammino per la città. Mi piace ripetere le vie di una città nuova e così anche Barbara e Vanessa, quasi a confondersi con i cani e segnare il territorio.

E’ una via principale il paese, piena di souvenir e visi rilassati dalla vacanza, convinti di esserci anche loro lì, in una consapevolezza collettiva da fin del mundo poco nota nell’essere, ma nel malessere dell’estetica consumata da guinnes dei primati e ignota alla terra.

Una ragazza dai capelli biondi, ci accoglie all’ufficio informazioni, con l’elenco, su carta senza formato, delle priorità di visita.

Ed ecco il carcere di Ushuaia, in cui si apre uno spaccato di storia minima del paese.


Il vento sbatte furioso sulle vetrate del tetto, incutendo le sensazioni infernali dell’assenza di libertà, di Radowitzky, anarchico nell’anima e del letterato politico solidale Roja.

Poi fuori lo stesso vento sembra farti librare come un uccello, pronto all’ibridazione. Un cormorano re e imperatore allo stesso tempo del Canal Beagle, che vorrei però chiamare con il suo primo nome Yamanà.

Pensa che incroci di sbarre ci chiudono l’orizzonte, qua dentro e che decisione nell’evoluzione colonialistica è stata questa pensata.

Timorosi homo videns cercano di fotografare frammenti di questa sofferenza senza cavarne un ragno dal buco.
E come vanno fieri qua della loro storia coloniale mettono perfino in mostra il libro dei battezzati di Thomas Bridge, le macchie di sangue indigeno dal passato.

Chiesa che vuole dettare legge e castrazione alla natura umana in ogni tempo ed in ogni spazio.

L’unico tra voi che ha visto fuori dalla sua stretta orma è stato Charles Darwin.


Il peruviano felice guidava la sua anima in Italia parlandomi della lingua, degli amici, un irresistibile e fragorosa voglia di lasciar il suo paese, ora l’Argentina, per il nostro; un fisico tondeggiante e radiante gioia, per l’intero camminar del suo furgone, quando ad un certo punto fermi al controllo dei guardaparco, all’ennesima parola italiana da tradurre in spagnolo che gli ho porto in viso, lui s’incanta ritto e fermo come una roccia del nord nella valle della luna; creata lì, fissa al vento e da chissà quanti anni di storia geologica. In questo caso il suo sguardo è rimasto fermo come gli stipendi dei guardaparco, afflitti con poco più di quattrocento pesos al mese, da dieci anni. Poi mentre un volantino entra nell’abitacolo, ci sono scritte parole di protesta, gli attimi di sofferenza si snervano nel collo del mio amico peruviano, che da leone marino punta all’indietro, rilassando i muscoli. Fermo immagine e poi via parole in italiano e spagnolo come se il fluire della vita fosse solo una anticamera gioiosa.

La terra del fuoco ci avvolge e si apre quando arriviamo a piedi, al lago dell’Isla Redonda e tra la cordigliera e il lago oceanico, ci addentriamo tra alberi di un tempo, che hanno trasmigrato tante vite. Ho questa sensazione, tra un infinità di piante di ogni dimensione che si accasciano al suolo lacerate, a macerare d’acqua, dilaniate dalla testa ai piedi; è come se mi trovassi in un cimitero, soffro con loro che crescono ricche di terra fertile, illuse di fronte ad una acqua salata che le abbatte, quasi d’accordo sembrano nel venir qui, a morire; la trasmigrazione generazionale di semi che hanno viaggiato a lungo prima di arrivar a morir qui. Il cammino è giunto a perdersi, Barbara e Vanessa fuggono per il sentiero, mentre compiango queste piante e faccio una fotografia a tronchi morenti.
Sono in cerca degli istinti e dell’evoluzione di noi uomini oggi. Tanti linguaggi, tanti concetti complessi e distanti, strati intellettivi, cumuli. L’evoluzione della specie uomo si è tramutata per la maggior parte in evoluzione del pensiero.

Dopo un giorno di cammino, decido di voler vedere tutto dall’alto e scalo letteralmente di corsa, per non perdere il pulmino del ritorno, e soprattutto la visione onirica dell’occhio di dio, ispirato da Arthus Bertrand e dalla sua ottica divina. Il Cerro Guanaco in un ora e 15 minuti . Insenature d’acqua oceanica a perdita d’occhio tra queste montagne basse, pronte a tuffarsi all’orizzonte.

Nel mezzo del Canal Beagle, pronti a ripartire per la ciudad de Buenos Aires, neanche fosse un viaggio in nave d’altri tempi; il vento gelido batte sulle nostre pelli rosse di passione per quella porta in fondo all’estremo sud.
Sull’isola di Bridge ci acquattiamo e il sibilo del vento si placa. E’ una piccola superficie in mezzo all’infinita distesa d’acqua. Tutta costellata di rocce vegetali rugose e di un verde vivissimo; intorno i resti della popolazione Yamanà; precursori di una società sostenibile, uccisi da un ordine differente: combinazioni intellettive, distruttive dell’umanità. L’evoluzione dovrebbe farci sopravvivere? Ma su che scala temporale? E’ la natura a rispondere, chi si accontenta gode! 

 
L’istinto inconsapevole segue e s’incastra nel ciclo di vite come caos creativo che muta. La troppa consapevolezza, ormai necessaria, ci crea un mondo virtuale parallelo di selezione ed evoluzione di pensiero che è in rivalsa con la selezione ed evoluzione della natura complessiva del pianeta? Quale delle due selezioni ed evoluzioni avrà il sopravvento, spirito libero?



la visione del mondo


IL MONDO SPECIALIZZATO

PENSIERO RAGGRUPPATO
OVVERO DELLA PERFEZIONE INDEBITA

Il direttore del personale aveva appena finito di leggere il comunicato che aveva scritto per il suo popolo. Come ogni anno la sua mente, esasperatamente razionale, preparava un sermone che rendesse i dipendenti più flessibili e malleabili, più concentrati e specializzati che mai.

" Tutto é interesse, viviamo nell'interesse; esso ci costituisce come uomini; creiamo domande, risposte, pervasi da una curiosità ancestrale sempre interessata; lo nascondiamo agli occhi, alle sensazioni degli altri e quindi nostre, se siamo tutti di umanità fatti.
Io scrivo per interesse, e devo esserne consapevole, sincerità è necessaria, io lo affermo, lo so; non posso obbligare nessuno ad essere del mio parere, altrimenti addio sincerità, sento però il bisogno di esprimere la mia idea, la mia verità.
In questo preciso momento scrivo, in un determinato contesto, che può essere quello personale, quanto quello che mi prende come cittadino; essi sono comunque connessi.

L'anima di uomo anche se reinterpretata nella mutabilità del concreto, è una per tutti, e mai il divenire delle cose, sia nel tempo che nello spazio deve prevalere su di essa quando l'interazione fra le anime è in atto; e si verifica spesso l'interazione, bisogna essere molto cauti nell' usare la nostra anima purtroppo al giorno d' oggi.
Anima intesa come ragione dell'essere, ci sentiamo mortali ed è un bene, non capiremmo a fondo infatti l' esistenza, la nostra anima.
Tralasciamo dunque inutili economie o altre diramazioni, noi siamo davanti a noi stessi, non dobbiamo vedere l'ombra di noi stessi; quella cosa flebile, labile, che da un momento all'altro rischia di scomparire, aiutiamola a resuscitare, a tornare; è questo il problema, ci sono delle premesse dietro a ciò che vediamo, ciò che dovrebbe esserci noto.
Sì, ma che fluidificarsi di idee, di pragmatismi, sembriamo fuochi che si intrecciano, zampillanti, e che cercano, alzandosi sempre più, di raggiungere l'estasi.
Quanti colori e fantasie, che viaggiano veloci, troppo veloci; ci vuole calma di spirito, tranquillità d' animo; e come si fa a possedere tranquillità d'animo, senza un' anima?

Solo la lentezza può rendere facile la vita, la calma, e tutti saremo pezzi di un ingranaggio funzionante, finalmente, costruttivo, il cui lavoro sarà retribuito; lentezza che è tale poiché prima viaggiavamo troppo veloci, e che in un futuro perderà questa sua caratteristica.
Che logica è nata, che spirale infinita di infiniti dubbi.

Dobbiamo rompere con la logica di comodo, con ogni possibile nascondiglio per l' anima, eleviamo l' anima, ma non perché l' anima ci riguarda, essendo una parte di noi stessi, si ricadrebbe nell'egoismo, nell'interesse dannoso per gli altri altrimenti; ma perché non deve essere rotto ulteriormente quel legame, o per meglio capire, l'interazione fra le anime; non possono essere dimenticate le persone, anche se è facile; siamo tutti dello stesso ingranaggio, se lo si abbandona per propria futilità lo si ferma.

Non dovete vedere più la mia immagine legandola all'esternazione, alla pura sensazione. E così io sto ragionando in questo momento, e questo non mi caratterizzerà per sempre se non si creasse una forte aspettativa nei miei confronti per la concretezza che avvolge la logica umana. E così io mi trovo a parlare.

E all'improvviso me lo chiedo, perchè sto pronunciando queste parole, e mi metto a dire pure questo; che condizionamenti dite voi, pensate un pò ai vostri; dovremo in seguito confrontarci quando le anime saranno rinate; per ora il silenzio penserà a farci riflettere.

Esiste sempre l'aspettativa nei confronti delle cose, bisogna però legarla maggiormente alla spiritualità della persona più che all'immagine delle persone. Esemplificando se ci viene offerta una pietanza nuova, questa nel suo aspetto esteriore ci può parere di gusto salato, e con certe caratteristiche, quando il vostro palato l'assaggia e vi trova sapori opposti a quelli che si aspettava, si giudica il cibo non di proprio gusto, creando così una spaccatura fra voi e il cibo; una rottura che sembra di esigua importanza, ma che è fondamentale se viene legata all'interesse della persona, in un preciso ambiente.

Chiudersi nell'egoismo è dannoso!
Alcune pietanze andrebbero perse.
L' egoismo è radicato in noi, quando il bambino piccolo fa i primi escrementi, si nasconde, crea le sue prime proprietà, possedimento che si evolverà nel tempo, nella tanto benamata proprietà privata; questa è giusta se intesa come proprietà dell'anima, come spirito proprio che interagisce con gli altri, ma non è equa se intesa come materialità.
Dobbiamo forse ricorrere a sedute collettive, dove tutti espellono il proprio, per abbandonare il troppo materiale?

Del resto ognuno quando è a contatto con gli altri non fa altro che espellere le proprie idee, idee però non veritiere, non frutto della nostra anima, quelle vi rimangono rinchiuse, ma idee che nascono dal nostro volere, dalla nostra volontà di potere; dobbiamo invece esprimere la nostra essenza, il nostro essere aldifuori di ogni obiettivo, di ogni interesse, essenza che non è altro, ricercando la radice prima dell'emanazione, la nostra prima fece. La realtà diventerà così migliore.
Se utilizziamo male la segretezza, l' imperturbabilità di cui è dotato l' animo umano, agiremmo male; questa è facile da scegliere come via, fino a quando il mezzo di comunicazione sarà la parola.

Da qui nasce l' idea di un mondo tutto pensiero, una nuova realtà dove tutti spaziano in una sola mente, senza inganni, senza angherie; diventeremo esseri aperti, le nostre anime non saranno più sepolcri eterni al tempo, ma come biblioteche potranno essere consultati da chiunque lo desideri; e chissà quanti nuovi libri troveremo in queste biblioteche, quante idee mai espresse, per paura, per timore; certo il libro una volta preso in prestito dovrà essere restituito voi dite! no perchè questi libri saranno stampati in moltissime copie per quanti li vogliano leggere. L'autore di questi libri sarà sempre lo stesso, avverrà una fusione fra le varie biblioteche, l'autore sarà l' umanità sola e null'altro. E tutti viaggeremo, voleremo, pensando sogneremo insieme.
Che grande comunanza, che dimensione assoluta, nulla sarà più relativo, se non l'uomo, l'anima umana.

Questo mondo ancora non esiste, scusatemi per la divagazione sognatrice, e riprendiamo la ricerca sul nostro pianeta. Espulse le idee dall'anima, chiunque sarà in grado di cogliere la verità fra esse, non ci saranno più dispute d'interesse, perchè l'interesse sarà comune: la verità stessa."


PENSIERO ESTESO
OVVERO DELLA PERFEZIONE ARMONICA

Un sogno mi ha devastato, una speranza ha rotto quella perfetta asincronia naturale, ora sono sveglio, ma poco fà ero impazzito, volteggiavo dentro una gabbia, stretto da sbarre di pensieri, ero legato, ero schiavo della mia mente; il chiarore mia ha liberato, sono vivo nella luce; guarda quell'albero dietro alla finestra, mai potrà sognare, mai romperà le sue radici così bene attaccate alla sua terra, lì vivrà giorno per giorno, contento nella sua fisicità.

Quel tronco corposo, turgido, quelle foglie così labili, che basta poco affinchè fuggano, come l'invidio non sogneranno mai.
Mi alzo, esco dal tepore delle coperte, che con me hanno sudato contro il freddo, e affronto la vera realtà, l'abbraccio sprigiona la mia forza.
I miei piedi scalzi sul pavimento scalzo, pochi passi bastano a riconoscere me stesso, tanti passi e tornerò nel sogno, nel terrore della perfezione armonica. Poi mi vestirò perchè sono diffidente di quanto mi sta intorno, alzerò lo sguardo da terra.

E se incontro qualche altro essere del mio stampo; abito contro abito, tessuto contro tessuto, uno sfregarsi di fili, di pezzi di cotone, lane, stracci e il risultato un pò di fili sul mio abito, un pò di polvere, e si continua a camminare.

Un continuo battito sul selciato mi ricorda la vita, anche il mio cuore batte, vigorosamente irrompe dentro di me; l'orizzonte quella linea, che divide il mio sguardo, sibila lontano a ricordarmi terre nascoste, età passate e io gli vado incontro e quando lo incontrerò sarò felice, più di ora, sono contento; il tempo, la mia paura verso il mutevole, cesserà e vivrò mutando senza aspettative, senza condizionamenti, nella completa disinibizione.

Sono al parco, io Jacopo V., disponibile dipendente della SUPER S.P.A., su una panchina del parco, gambe incrociate, pipa in bocca e berretto di tweed; osservo i bambini che giocano, gioie, colori si mischiano, si chiamano: il continuo balzare di corpi umani, di palloni, mi introduce nell'aria.

Il fumo però mi avvolge, conferendomi un aspetto nebbioso e come se non bastasse si mette a pioviccicare. Tante goccioline che cadono sul mio vestito, che oltrepassano il tessuto incrociato dei fili, che umidificano l'ambiente.

Alzo il viso e il mondo è tutt'uno con me, la goccia che cade viene attutita dal mio volto perchè se ne formino altre e tutte scivolino fino al collo, circondandomi di strana gioia, tale proprio perchè inconsueta, poche volte provata veramente.

Non esistono regole che mi obblighino a seguire una precisa strada, e come una goccia che scivola sul mio viso vago seguendo quanto mi insegna la pigrizia.

Do una pedata alla cancellata, che cigolando apre una via caratteristica, una piccola strada, su cui si affacciano case in pietra del '800-'900; è si stretta selettiva, ma famigliare, interna a me, riflette in qualche modo la mia personalità; eppure è la prima volta che vi arrivo, sarà questo il motivo; tanti visi noti v' incontro, tutti fatti della stessa pietra levigata, c'è esperienza in questo antro di uomini, c'è lavoro, c'è comunità, che importa conoscerli, mi basta osservarli per sentirmi a loro accomunato; noto fra i tanti un anziano signore maneggiare mobili, antichità. Le sue mani sono attente, vigili, sembra aver paura di fare del male a quegli oggetti, oggetti come gli altri, ma con le cure che usa nei loro confronti lui deve mantenere vive certe cose, quasi dipendesse da esse. Mentre riflettevo, era lui a guardarmi, e a voler di conseguenza proteggere almeno con lo sguardo la sua prole; e io che volevo nascondere il mio pensiero, l'esperienza di questa gente è maggiore di ogni previsione.

Di piccioni ce ne sono veramente pochi, non mi piacciono, li vedo come ostacoli, impedimenti al movimento.

All'ultimo momento vengo attirato da un luccichio sull'altro marciapiede della strada, decido così di attraversarla e con passo sciolto compio i primi passi, sembro convinto; il gioco mi diverte: vedo qualcosa, anche ciò che c'è di più insignificante e mi fermo ad osservarla, ma d'improvviso accade l'inaspettato, un rumore frenetico di pneumatici sull'asfalto, un rombo squillante che cerca di avvertirmi ed io che raggiungo ciò che voglio; questo non funziona? E perchè non dovrebbe, senza uno spavento non avrei la base, senza il timore mi mancherebbero i contorni della mia figura; è lo stesso figura, personalità, anima, e che ci importa, io vivo; quel luccichio a volte mi attira, cado nel verde naturale dell'insignificante. Ora che osservo meglio il luogo, vedo alcuni piccioni sui cavi della luce, di lampione in lampione, questi esseri sempre devono essere presenti, se c'è energia poi non ne parliamo.
Volo via come un piccione da questo postaccio, tentando di giungere alla luna. Vivo nel bianco lunare, nel verde prato, sul grigio asfalto.
Solo ora capisco, sono per terra sdraiato, gente intorno a me, molte parole che girano nell'aria, parole, pure vibrazioni che mi ricordano quel rombo ossessivo.

Mi rialzo tutto intimidito, "Niente, niente" dico con orgoglio alla gente che guarda con il giudizio pronto, "Niente di rotto", "Qui è tutto OK", "Tutto va liscio come l'olio", "Questo volo non mi ha fatto neanche il solletico", sembro voler spezzare l'aspettativa che questi pretendono, sono loro la volontà interna a me, bastardi dovrei chiamarli, dei grandi e temprati stronzi.

Quanta rabbia che ho dentro, e poi dico: "Tutto OK", "Niente di rotto". Devo rassicurarli perchè loro sono la mia volontà alla fin fine. Così in scioltezza, con un rapido balzo, fuggo la folla e ritorno alla mia attività; attività vitale, l'osservare me attraverso la gente.
Subito in vettura, accensione, ingrano la marcia e decollo da un angolo d'incanto. Sono io ora sulla vettura, chi investo, dove investo, ora rifletto il futuro.

Tante striscie bianche che sfuggono e ritornano, tanti compagni al mio fianco, biciclette caduche, miei simili veloci, e lo spazio che ci segue; lo poniamo noi il limite spaziale; e io contrapposizione estrema: seduto mi muovo, statico e mobile allo stesso tempo, dov'è la potenza, dov'è l'atto, sono solo pigro, toccato dal calduccio che combatte il freddo, meccanicamente arde la rabbia, e il calore ora è troppo, cosa ci fanno due calori qui dentro, due colori diversi, la pigrizia e l'ira; forse per creare l'arancione, manca a formare il mio quadro psichico.

Eppure nella mia pigrizia continuo a muovermi, curve, rettilinei, salite, discese, sotto questo altro aspetto è più divertente la guida, guida umana sul mondo; anche il motore ci si mette ora, un terzo calore, un terzo colore; bisogna proprio fermarsi ora.

Un pò di rumori, e sono a terra, col mio moto; dopo un pò di passi, uno sprizzo di strana allegria mi prende, passi sempre più veloci, qualche salto ed inizio a fare un balletto sulla corsia di emergenza dell'autostrada: "Iamme, Iamme, Iamme, Iamme; iaa; Iamme, Iamme, Iamme, Iamme, Iaa, _Funiculì, funiculà, trallalà, trallalà, là, là . . .". E così mi diverto, continuo a cantare, mentre al mio fianco sfrecciano le auto a pazza velocità; sì perchè la velocità è pazza, non chi guida; intanto mentre continuo il mio ballo convinto del fatto, inizio a notare che le auto gradualmente rallentano il passo, dai centosessanta orari si passa ai centoquaranta, poi ai centoventi, ai cento e io continuo a ballare, e sempre più calano il passo; che meraviglia, e non ci sono ancora arrivati quegli altri; basterebbe che si mettessero a ballare lungo la corsia di emergenza; mobilitandosi in cento e impegnandosi in un can-can aumenterebbero la sicurezza in genere.

Perchè la nostra mente è un autostrada; è un autostrada senza colonnine per l' sos. Per salvarsi bisogna inevitabilmente scegliere altre autostrade.
E su quella strada vedo un mio cappotto, che metto da poco, nella cui tasca c'è un biglietto di diciassette anni fà, e le automobili impassibili vi passano sopra, lo calpestano, perchè lo vogliono calpestare, ci provano gusto.

Questo cappotto acquista dei movimenti irrazionali, si alzano le maniche, volteggiano, si alza, si abbassa, sembra mosso da una forza interna; ma sono quelli che lo calpestano che lo rendono vitale, altrimenti sarebbe immobile.

A volte vorrei andare a raccoglierlo quel povero indumento, lui rimane lì, in mezzo, sull'asfalto; cosa si può fare se la gente è tanto ottusa, se la gente gioca con la fantasia; bisogna essere bugiardi.

Quanti fumi su questa strada s' alzano in cielo, fumi di gas di scarico, che ricordano i sacrifici fatti un tempo;
un tempo la gente tentava di farsi buoni gli dei, tentava di raggiungerli in cielo, con questi fumi che salivano a perpendicolo, e noi li emuliamo con questi apparecchi che sono le autovetture; giù di gas, giù di gas, e su i fumi, su i fumi, gli dei ci vorranno bene, consumiamo il petrolio quanto c'è di meglio sulla terra e costoso, facciamolo per loro; quanto siamo bugiardi.

Abbandono così la mia auto sul bordo della strada, e a piedi mi dirigo verso la mia città cara, la strada è lunga, ma non mi metterò a sognare, i miei piedi si trovano all'interno di comode scarpe; chissà come si trova l'asfalto, non è più selciato; è sotto i miei comodi calzari, lui è comunque essenziale, mi sostiene almeno fisicamente.

Pochi giorni dopo mi ritrovo in città, entro nella prima concessionaria, di fiducia o di sfiducia che sia, ed ecco che l'auto ce l'ho.
Quando sono a casa l'attività rallenta, il cuore inizia a diminuire i suoi colpi, la respirazione toracica si trasforma in respirazione addominale, segno ogni battito con la mia falcata lenta ma larga, calma celestiale che permea ogni polo sensoriale, ogni realtà esterna; sono in queste condizioni e di punto in bianco un mio compar essere in opposte condizioni si presenta; è pervaso dal ritmo elevato; così lui segna il tempo veloce, io quello lento, siamo però entrambi cadenzati, e si sviluppa un ritmo di lotta, africana, sembriamo due bonghi percossi da un essere superiore; continuiamo a seguire i nostri ritmi, poche volte si sviluppano suoni, fin quando uno ed è lui, dà la rullata finale, solo lui può attuarla, io sono troppo lento.

In garage la nuova auto mi obbliga ad una guardatina attenta, proprio un bell'oggetto dico fra me e me.

Decido di andare a vedere cosa trasmettono dal monitor, scendo le scale stranamente agitato; ho perso quella calma, e mi siedo, accendo il monitor e pregusto e mi ricordo subito di avere dimenticato gli occhiali tre piani sopra; subito di scatto con un colpo di reni mi alzo e sorpasso le scale velocemente, ansimando fino alla camera degli occhiali, è diventata tale; nello stesso modo scendo le tre rampe di scale e nuovamente in divano, di nuovo qualcosa da fare, qualcosa che ho dimenticato: questo mi piace, l'adoro; saper di fare qualcosa, solamente pregustandolo nella sua immagine, non voglio essere deluso, e continuo a fare altro, di diverso, di attinente. Alla fine non ho concluso niente, ma sono felice di essere. Il programma al monitor è terminato.

Salgo nuovamente le scale, ma lentamente, forse sono un pò stanco, la mia persona è nelle mattonelle di cotto della pavimentazione;
fin quando non pervengo a quel vetro diverso, a quello specchio della beltà; lì inizio a domandare, a chiedere, le risposte non fioccano più, continuo a interrogare lo specchio, me, un qualcosa che non esiste, ma che si vede; un immagine come tutto che è immagine e non esiste. E quando mi viene un giramento di testa, quell'immagine si annebbia, raggiunge la sua metafisicità, la sua stranezza, a volte ci vuole. A che vale la miticità di certe immagini, dei posters appesi in camera? Tutte come quelle provenienti dal monitor ripensandoci; vado a sdraiarmi sul letto, corro come un matto, per poi raggiungere la calma, sdraiato su delle molle: è questo il controsenso bestiale, voler raggiungere la calma in tutta fretta, voler rapire l'attimo, ingabbiarlo con i più tremendi artifici.
Vedo solo il bianco, il soffitto, è leggero sopra me, non mi annulla e non mi riflette; caro soffitto sopra il pavimento mi crei pazzia, ma sei fermo, immobile; e io mi pongo parallello a te, sempre perpendicolare è noioso, è pungente. E in verticale noto sulla scrivania quel pacchetto artefatto, bello, bello, artefatto, quel contenitore con un tetto e un pavimento che io libero, rompo i tetti, e aspiro, e chi romperà il mio tetto, chi mi aspirerà. E sono questi i momenti in cui la mia voglia di volare, di liberare, di buttarmi nel vuoto cresce; ho scelto per questo un appartamento tanto in alto: per volare, per osservare, per ricordare il passato.

Ricordo la storia di un uomo spaventevole, che sentivo e percepivo in tutti i miei sensi. Mi trovavo in situazioni imbarazzanti se attuate in presenza di estranei, e lui era estraneo con tutta la sua mole, col suo oscuro volere; il vedere anche i miei genitori allarmati e disarmati davanti a lui, mi sezionava, mi apriva gli schemi preconfezionati di allora; i miei genitori, il mio sostegno venivano ad essere umili, esseri inerti, inermi, corpi senza scheletro che arrendevolmente si piegavano a quell' uomo oscuro, e io mentre mi facevo il bidè stavo a guardare, mentre espellevo gli escrementi stavo a guardare, mentre creavo la proprietà stavo a guardare.

O solenne aiuto, o illuminazione divina, mi hai svelato il segreto della prigionia personale, devo aprirle quelle cancellate di duro ferro, devo creare comunanza, i miei genitori come tutti dovranno essere; e così è, dopo tutto. Devo diventare un signore maligno, un disturbatore dell' altrui, un aizzatore; quali vantaggi il nostro comportamento impiccione ci procura; senza di esso tutto si chiuderebbe, carceri sempre più lussuose, carceri d' oro, luccicanti, ammiccanti.

Ieri ero in carcere, ero andato a trovare un mio amico, un carcerato; non sono andato a trovare un amico in carcere, sono andato a trovare un amico carcerato; che strano vederlo là dentro, che civiltà pensavo la nostra, riesce ad attuare legalmente, in alcuni casi, la proprietà dell' animo, quella che io metaforicamente ho considerato come una prigione; ma la società ha ricreato realisticamente la prigionia, le sbarre di ferro le vedo le tocco.

Chissà perché solo qui esiste questo realismo, fuori dalle carceri vige solo il formalismo. E io non metaforizzo la proprietà privata con la prigionia, perchè penso alla prigionia realistica statale, ma poichè penso di essere legato in fondo al mare, di non potermi muovere, ero forse così dentro la pancia materna?

E questo ci vuole, è necessario, mi piace se contrapposto al nuotare libero nell'acqua, al camminare pei campi, per le strade. Libertà, prigionia vi adoro. Bene, male vi adoro.

Esco dal portale della chiesa e mi ritrovo sul sagrato; che brutalità quest'opposizione; prima dentro, all'interno del palazzo, fregiato di ornamenti, tanto elevanti, tanto nobili, e poi all'improvviso mi scaricano qua al freddo e al gelo; e anche la dentro non è che mi trovi splendidamente, una monumentalità sovrasta lo spazio, sì da sentirti tanto piccolo, il mio corpicciolo si perde in tanta grazia divina; e poi scaricato sul sagrato . . . come si fà . . . che criterio si segue . . . certo pensare che formiamo tutti una chiesa, allevia un pò il dolore del freddo eterno, del sagrato, ma ci vuole di più, bisogna superare il segreto della monumentalità; siamo più franchi!

Anche Parigi era così, grandiosa, piena di fasti, gigantismi, la mia mente si perdeva nell'enormità del luogo, io abituato alla lentezza di ciò che è minimo, e lì, proprio lì si nascondevano, e questo non lo sapevo; le perle, i minimi cimeli del tempo, dello spazio; quegli scorci, tanto attenti ai momenti della vita, li ammirai; ma quanti ce ne erano; certo i capolavori esistevano, e questo mi conferiva orgoglio, potevo infatti inserire la mia mentalità in questi posti nascosti; il minimo nell'immenso, questo è il fine, il particolare dell'immenso, questo è ciò che osserviamo.

Nella mia mente ancora risuonano le parole di quell'uomo che ha vissuto la vita col cuore.

PARIGI:

Sono andato in Francia a diciott'anni per motivi politici ma stetti poco e tornai in Italia.
Dai venticinque anni andavo a Parigi ogni anno come facente parte del movimento antifascista Giustizia e Libertà; in quanto sorvegliato speciale non avevo il passaporto.
Tornavamo poi in Italia per distribuire il materiale di propaganda. Il nostro viaggio attraversava Cuneo, Venasca, S. Peira e quindi la Val Varaita; quella che noi facevamo era la strada dei fuoriusciti.
I valligiani ci erano amici. Le guardie di finanza facevano finta di niente; era brava gente.

Un ulteriore e definitivo legame con Parigi mi venne dato dal mio matrimonio con Giuseppina Tornabuoni, fiorentina, sua mamma Zette era parigina. Zette incontrò mio suocero Lorenzo proprio a Parigi, mentre lui seguiva nella capitale un corso di specializzazione.
Mia suocera era bellissima e velenosissima.
Io e mia moglie ci fermavamo sempre uno o due mesi a Parigi e avendo lei un disturbo respiratorio, la raggiungevamo in treno con il transeuropa express per Lione, evitando di prendere l' aereo.

Arrivavamo a Parigi alle 11.30. Il nostro Hotel era il Select in Place de la Sorbonne, l' hotel era a 40 metri dall' università (Sorbonne).
La piazzetta della Sorbonne guarda in Boulevard St. Michel che rasenta i giardini del Lussemburgo. E' anche la zona di Rue Soufflot dove c'è il Pantheon, dove sono seppelliti i grandi di Francia, tra i quali anche Victor Hugo.

Dietro il Pantheon si estende per alcune vie la vecchia Parigi, la Parigi medioevale. Fra queste vie notevole è Rue Mouffetard, una stradina del 1300 ricca di bistrot (bar-osterie).
A Parigi si fa molto la vita di caffè, di bistrot; hanno tutti bisogno di parlare, di vedersi. I caffè spesso sono dotati di una terrace; piace guardare il mondo che si muove, vedere Parigi che cammina, brouiant (brulicante).

Mio cugino diceva che i parigini non fanno niente.
Il nostro Hotel, il Select, era accogliente, era una spesa ragionevole; quando ero solo andavo in un altro albergo, l' Hotel de la Citè che era gestito da Marguerite o Madeleine. Lei era ritenuta un' autorità, perchè era di Montmartre. Parigi è divisa in venti arrontdisment ed ogni arrontdisment è costituito da quattro quartier.

L' Hotel era un capolavoro di fantasia della proprietaria. La prima volta che sono capitato mi accolse lei. Era una donna straordinaria, ti metteva a suo agio, ti sembrava di essere nato li, faceva la mammona.
Albergo non grande, modesto.

Aveva tre camere, tutte che guardavano sulla Senna.
L' Hotel de la Citè era nel quartiere Latino; è il quartiere che parte dal ponte sulla Senna che immette in Boulevard St. Germain e volendo fino a Montparnasse (c'è il cafè dove sedevano Modigliani e Picasso).

La Senna è il quarto o quinto porto di Francia. Dalla Normandia arrivavano le derrate a Parigi. I rimorchiatori e le chiatte avevano sempre una famiglia che ci viveva permanentemente a bordo; i figli di queste famiglie potevano andare a qualsiasi scuola lungo la Senna.

I due cafè di Montparnasse sono: La Coupole e Du Dome, frequentati da Picasso e Modigliani. Il quartiere dei pittori non è mai stabile, è passato da Montmartre a Montparnasse e poi dopo la guerra a St. Germain de Pres, ora sta passando alla Villette e alla Bastiglia.

Tutti i locali celebri di St. Germain sono stati in questi ultimi mesi acquistati dalla grande sartoria di Parigi (St. Laurent, Christian Dior . . .). Le indossatrici usano frequentare un grande cafè che è situato in una traversa a metà strada degli Champs Elysèes (Georges V). Le indossatrici sono glaciali, frigide, senza organi genitali.

A sud del quartiere Latino, la parte St. Sevèrin, del Boulevard St. Michel ha una bellissima chiesa in pietra nera del 1700.
E' caratteristica per i suoi piccoli ristoranti, pizzerie (si mangia bene con pochi soldi); St. Sevèrin è vicino alla Sorbonne.

Parigi ha come caratteristica certi particolari negozi, nel quartiere Latino c'è un locale che vende sabbia da tutte le parti del mondo e sempre li vicino c'è una piccola libreria che si chiama l' Atome, vende solamente pubblicazioni che riguardano l' atomo e la molecola (scendendo verso verso St. Germain de Pres).

Un altro negozio veramente eccezionale è nella corte del Palace Royale che si trova in Rue St. Honorè, che è verso St. Antoine, verso la Place de la Bastiglie. Si vendono le riproduzioni in ceramica colorata dei soldati della Grand Armè. Costano un occhio della testa ma sono uniche al mondo.

A Parigi vendono tutto, anche l' aria fritta.
Palace des Invalides: è a ovest di Parigi, vicino al pont d' Arcole (caratteristico perché passano i bateaux mouche).
Ci sono certi bateaux mouche sulla Senna che fanno anche da ristorante e spesso su di essi si trova una orchestrina, che potete fare tacere con una cospicua mancia.

L' Hotel des Invalides fu fatto costruire da Luigi XIV per ospitare gli invalidi della guerra di Francia.
Vicino all' Hotel des Invalides c'è la scuola militare più famosa e celebre di Francia, Ecole Militare.
I cimeli della Grand Arme sono tenuti all' interno dell' Hotel.
Nella chiesa di St. Louis des Invalides celebrano i matrimoni gli ufficiali dell' armata militare.

Andando a piedi partendo da St. Germain de Pres si trova il quartiere più tranquillo e silenzioso di Parigi. Le principali ambasciate hanno li sede.
Al mattino alle dieci, dieci e trenta si vedono un mucchio di balie con grembiuloni che spingono le carrozzine, o camerieri in rigatino (gilet). Portano a spasso il cane a fare i suoi bisogni.

Un altro quartiere calmo e silenzioso è l' isola di St. Louis con un ponte collegata all' Ile de la Citè. Anche li si trovano palazzi residenziali di ricchi. Ci sono pure molte rotisserie; ai francesi piace molto la selvaggina (lepre in salmi con un buon vino di Borgogna).
Pigalle: ci sono un mucchio di locali, tabarin, cafè, con spogliarelli, sia per proletari che di lusso.
Questa via porta a Montmartre.
A Parigi c'è la famosa Opera, dietro di essa, a 700 m, inizia Pigalle.
Bisogna farla a piedi Parigi per conoscerla e capirla.

Place de Vosges: la caratteristica è il silenzio (una volta era chiamata Place de Rene); è porticata con un portico barbarico, tozzo e rozzo. E' frequentata da poche persone, ci sono solo due ristoranti e pur parlando tutti, non si sente nessuno, si spende molto.
Ci sono circa una settantina di ristoranti italiani, il più famoso è Pocardi (6-7 generazioni); si mangia bene sia all' italiana che alla francese. Io me li sono fatti tutti. A volte mangiavo panini a volte mangiavo leccornie.

In Boulevard St. Michel c'è il teatro Odeon, di fronte al suo ingresso c'è il Mediterranee, si mangiano i migliori piatti di mare (ostriche dalla Normandia e dalla Bretagna); generalmente se ne mangia un dozzina o una mezza dozzina.

Nel retro dell' Odeon c'è la sede della polizia, vicino c'è un ristorante piccolo, si mangiavano bene i piatti flambè (la trota allo champagne o al cognac (Armagnac, Curvoisier).

I francesi amano molto la cucina: a Parigi ci son tutte le cucine regionali, la particolarità sta soprattutto nella cottura delle carni.
Le carni migliori sono in Normandia. Quando si mangia bene si applaude e così il capocuoco arriva a ricevere il battere di mani.

Faubourg St. Honorè è verso l' Etoile ed è caratteristica per una ragazza perchè è la via dove si trovano i migliori negozi di Parigi; le più belle boutique. Li c'è l' ingresso retrostante dell' Eliseo.
Il Palace Royale era la residenza di Richelieu, è una corte tutta porticata, una volta era ricca di cafè, ora ci sono bei negozi.

La più grande gioielleria è Cartier; all' interno poliziotti con mitra.
Raccomandato è il grande cimitero ad est di Parigi. Si raggiunge dalla Piazza della Repubblica per una collina.
La cosa più interessante è il cosiddetto muro dei federati, un muro di granito su cui si scorge scolpito il profilo di numerosi comunardi nel momento in cui vengono fucilati (1871).

Il ramo ancora in vita dei Rotschild è quello Parigino, godono di una fiducia illimitata.

Sono i proprietari della ferrovia del Nord. Parigi ha 7 stazioni.
Io nel 1971, ancora viva mia moglie (morì nel 1972), andai a Parigi in occasione del centenario della comune. Andammo a deporre rose lungo il muro dei comunardi, dove c'è un roseto.

Parole d' azione e di forma al tempo stesso, lontane dalla aridità odierna che sento dentro e fuori, che ci cannibalizza.
Quando l'immenso vive solo per l'immenso, allora sì che mi arrabbio, rodo il mio fegato.

La rabbia che è dentro ciascuno di noi, è secondo me un elemento sempre presente temporalmente nell'animo umano; ogni sconforto, ogni dispiacere di qualsiasi sorta e di qualsiasi entità va ad alimentare la rabbia, l'odio, e quindi, sempre guardando il singolo individuo, quando la persona scatena questa rabbia, non si può affermare assolutamente a cosa è dovuto l'odio, e può anche essere che l'oggetto su cui la persona si impunta sia uno dei tanti pretesti e non l'elemento causante l'ira.

Se vogliamo considerare l'odio ad un livello macroscopico, cioè di massa, di più persone, le ipotesi non possono che cambiare; difatti se ciò che alimenta la rabbia è l'intersezione dei malumori di ogni persona componente il gruppo, malumori accumulati nel tempo della propria esistenza, proprio come per l'individuo, l'oggetto su cui s'impunta il gruppo è odiato da tutti allo stesso modo, e si crea così una consapevolezza di giustizia per l' universalità di questa decisione d'odio: ognuno osserva di essere accomunato agli altri da questo odio e lo ritiene per questo giusto e fondato, proveniente da una sola causa.

E tutto ciò per raggiungere l' equilibrio interiore dell'animo, equilibrio che si crea fisicamente fra un insieme di persone irato e un altro opposto alla condizione d' ira, opposto a quelle norme che nel gruppo regolano lo sfogo, e lo rendono comune ad ogni singolo membro di questo. E dobbiamo stare molto attenti a non fare della nostra rabbia, la rabbia di un gruppo, perché il pretesto è sempre dietro l'angolo, e quando saremo all'interno di quel gruppo, le inibizioni svaniranno, tutto sarà giusto, ogni istinto sarà giusto, anche il più bestiale.

Camminavamo per la Spezia, quando inizio' a parlarmi della sua esperienza passata, del suo essere partigiano, guardava fisso con gli occhi vitrei le mura di casa ancora erette e piene di dignità'.

LA SPEZIA:

Famiglia: "Abitavo a La Spezia nel quartiere operaio: Piazza Breen, Via Venezia n° 21, terzo piano. Era una casa operaia, senza portineria, con le scale sporche ma con quel poco di dignità e decenza che anche la povertà può permettere. Mia mamma si chiamava Irene, era una pantalonaia e gilettaia che lavorava a domicilio consegnando i manufatti ad una buona sarta. Mio padre, Edmondo, era un ex-navigante, navigò a sedici anni con la marina mercantile inglese, perchè in quanto anarchico fu costretto a lasciare l' Italia e rifugiarsi in Inghilterra. Il mio babbo, che adoravo, fu il mio eccezionale insegnante di geografia. Aveva all' attivo tre circumnavigazioni; due naufragi e un inverno (1898) canadese in cui l' imbarcazione su cui si trovava si bloccò fra i ghiacci del S. Lorenzo vicino a Quebec. I racconti di mio padre sono stati la mia prima fantasiosa evasione, seguita poi dalle altrettanto fantasiose letture dei romanzi di G. Verne e Emilio Salgari. Mio padre era operaio specialista (carpentiere in ferro e tracciatore navale) al cantiere Muggiano.
Con noi in famiglia vivevano anche una cuginetta Irma i nonni materni: Giuseppe e Maria (come negli evangeli), entrambi pisani, ai quali ero particolarmente affezionato. Allora magra economica, i vecchi non venivano ricoverati. Il volersene liberare sarebbe stato considerato un crimine, una cattiveria, un' assoluta mancanza di rispetto e affetto.
Gli affetti, molto accentuati, sentiti, manifestati, hanno avuto nella mia formazione un ruolo di primissimo ordine.
I miei primi contatti con il mondo esterno furono la scuola elementare e le prime libere prese di contatto con alcuni miei coetanei: i monelli del tempo, i "Gavroche". Il che mi procurò il primo contatto con la strada; avevo fra i sei e i sette anni.

Ogni strada era una scoperta, i ragazzi difendevano il proprio territorio in bande, talvolta veramente aggressive. Le sassaiole erano frequenti e non mancavano le teste insanguinate. Siamo stati gli inconsapevoli fratelli dei coetanei del Bronx e di Brooklin.

I genitori spesso tribolavano per cercarmi. Crescendo, trascorrendo gli anni, aprimmo gli occhi su una vita in attesa e quantomai avventurosa".


Scoppia la guerra ('15- '18): "Nel '15 avevo sette anni ed ero già precocissimo, anche con le donne, avevo molte amichette. Nel quartiere operaio era un fatto di comune amministrazione. Anche perchè la vita degli inquilini della classe operaia era quantomai libera, confidenziale e premurosa. Le porte erano tutte aperte, tranne due: entrambe di genovesi. Si poteva entrare in qualsiasi appartamento per giocare.

E' vivo in me il ricordo di una famiglia di napoletani, gli Esposito, dieci persone, un solo stipendio e pure magro, dieci bocche da sfamare. Durante i bombardamenti, che durante la prima guerra mondiale erano poca cosa per intensità e frequenza, si agitavano e spaventavano a morte così che le loro urla potessero essere udite per tutta la Piazza; "Figli miei moriamo insieme !" gridava la madre, quasi teatralmente. Nella casa degli Esposito si faceva la più buona pastasciutta di Piazza Breen. Gli Esposito invitavano i ragazzi del quartiere a mangiare la loro specialità, pur poveri che fossero. I miracoli della povertà, come direbbe Hugo. Un episodio dei "Miserabili".
Fra ragazzi pur litigiosi, eravamo molto aperti e pronti alla conciliazione. Ci volevamo molto bene.
Io ero per i miei coetanei un punto di riferimento, per le mie iniziative, per le mie trovate e per il già molto sentito senso di giustizia. Eravamo dei piccoli vendicatori, nei confronti di coloro che si approfittavano (venditori, bottegai e certi anziani clienti per i quali noi non dovevamo essere serviti). Il nostro bottegaio Perrone serviva gli operai a credito con il cosiddetto libretto; il pagamento avveniva ogni quindici giorni, perchè così erano date le retribuzioni. Certamente i bottegai vendevano merci non pregiate e a prezzi maggiorati. Se un operaio rimaneva disoccupato, i generi alimentari duravano quindici giorni e basta.

Allora solo il capofamiglia andava a lavorare con una mercé sicura. Le altre entrate, come nel caso della mia famiglia, erano garantite dai duri e mal retribuiti lavori a domicilio della moglie e delle femmine in genere. I maschi non andavano oltre la terza elementare, dopodiché lavoravano in qualche orrida officina, o dove capitava (garzone-parrucchiere, ai mercati addetti alle bancarelle).

Io frequentai fino alla quarta elementare, dopo di che feci un esame per accedere alla prima media. Riuscii e così iniziai il mio iter scolastico: media inferiore e superiore (con pause obbligate dovute alla mancanza di denaro). Mio padre fu licenziato due volte per motivi sindacali e politici.
Il 1920 dopo l' occupazione delle fabbriche, ricordo che mio padre veniva frequentemente fermato dalla polizia per i suoi trascorsi politici. Anticipando i tempi, all' età di diciassette anni, presi il posto di mio padre e fui arrestato perchè apertamente antifascista.

Noi, di piazza Breen, facevamo capo al movimento anarchico e a partire dal 1921 ai primi circoli del PCI (scissione di Livorno). Già si susseguivano i primi scontri con i giovani fascisti e con le forze di polizia, che chiaramente li difendevano.

Dopo la "scala" di via Venezia n°21 e la strada, la terza matrice che mi ha formato è stata la scoperta molto precoce della biblioteca del "Libertario", settimanale anarchico, stampato a La Spezia, di cui divenni un diffusore. Il direttore del settimanale Binazzi e la compagna Zelmira unitamente a mio padre e ad un certo Fagioni, artigiano-autodidatta, mi fecero conoscere Victor Hugo, Emil Zola, Sue, Reclue, Fevbre e Flamarion il grande astronomo francese, che mi permise all' età di dodici, tredici anni di conoscere le principali costellazioni. I miei amici si chiamavano Edgardo, Orlando, Antonio ed altri, fra cui un nostro iniziatore: Anselmo. Un grandone di sedici anni, il quale ci insegnava a muoversi nella selva selvaggia del quartiere di P.zza Breen, che per noi era il mondo. Il suo confine era Via Nino Bixio, che divideva il quartiere operaio da un quartiere impiegatizio, commerciale che si spingeva fino al grande mercato centrale.

Interessanti le nostre evasioni capitanate da Anselmo e dal sottoscritto. Si spingevano nel cosiddetto quartiere dei ricchi: Via Chiodo, la via dei signori, dove aveva sede l' Ammiragliato (La Spezia era sede della Regia Marina Mercantile); per noi era una fiaba Via Chiodo; soprattutto per i negozi dove non potevamo accedere. C' era una vetrina dove erano esposte banane, ananas e le scatole di datteri dell' Algeria. Contro quella vetrina abbiamo schiacciato la punta del naso. Era per noi proibito quel ben di Dio. Il nostro era un pò il supplizio di Tantalo.

Un negozio dove potevamo accedere molto facilmente perchè eravamo accolti in maniera molto cordiale era il farinataio di Via Nino Bixio, detto il sacrista. Con noi era molto buono, era un pasto meraviglioso, in piena libertà.

Il figlio Arcinotti, nostro coetaneo, divenne un nostro carissimo amico, divenne il nostro passaporto per il quartiere ricco. Quanto abbiamo guardato, addirittura contemplato e poco acquistato! La nostra esuberanza veniva soddisfatta una volta all' anno quando P.zza Breen veniva ricoperta di baracconi: tiro a segno, sirena dei marinai, il museo degli orrori, dolciumi vari, circo equestre che per noi era come la corte dei miracoli. Adoravamo i Clown, i Nani e la Trapezista.

Un affetto particolare va ricordato: un bar molto particolare, rinomato e citato, Scartazzini di P.zza Breen, sotto il portico. Era frequentato dai guappi (racket) del quartiere. Chi si dimenticava di gratificarli poteva avere i vetri rotti. Io ammiravo uno di questi straordinari personaggi: Antonio; un simpatico mascalzone, picchiatore, nemico acerrimo dei sottufficiali di marina, i quali si permettevano di portar via le belle ragazze; dal che l' odio. Antonio mi ammirava perchè sapeva che ero affezionatissimo alle letture e perchè diffusore giovanissimo del "Libertario". Mi intratteneva divenendo il mio protettore, onestissimo mi indicava le cattive compagnie e mi offriva qualcosa. Mi sentivo qualcuno fra i frequentatori del bar. Ebbi considerazione, affetto e ottimi consigli.

Una famiglia nel nostro palazzo era da me e dai miei amici assai odiata; la famiglia di bigotti dei Venzano. Di noi bambini odiavano tutto, sembravano i lontani parenti dei precettori delle opere di Dickens. Ci volevano denunciare ai carabinieri.

Da noi i carabinieri erano guardati con odio e disprezzo. Un sentimento di aperta inimicizia, che mi trascinai dietro fino a pochi anni fa. I carabinieri e le guardie regie furono la sonda dei fascisti.

Disordinatamente ricordo la notte di Lubrano, feroce bastonatore fascista che alla periferia di La Spezia, in una notte, fatta ad hoc, tempestosa, fu eliminato dagli arditi del popolo. La risposta dei fascisti fu la cosiddetta notte di Lubrano appunto, durante la quale furono uccisi a La Spezia sette operai. E nell' elenco dei rossi da far fuori figurava anche mio padre. Del che fummo avvertiti da un giovane fascista, ex garzone di mio padre. Avvenne allora una fuga per me memorabile; una notte romanzesca. Alle 19 lasciammo la casa e a piedi raggiungemmo Rio Maggiore varcando il M.te Parodi. Un compagno ci tenne nascosti per quattro giorni per me indimenticabili. Fu un episodio, molto più eroico dei racconti interni di "Cuore" di De Amicis, fu un episodio che mi plasmò; fu motivo da parte mia di odio verso i fascisti, odio che mi portai dietro fino al '43, '45, quale attivissimo militante delle formazioni partigiane. Da non dimenticare che una sera (avevo sedici anni), portarono a casa mio padre nero come un pezzo di carbone, risultato di un orribile bastonatura (squadre fasciste). Questo fu un episodio mai dimenticato che tenne a battesimo la mia militanza.

Ricordo P.zza Breen, occupata dai carabinieri e dalle guardie regie con quattro mitragliatrici agli angoli. E ricordo in occasione della vittoria elettorale del P. Socialista, il nostro corteo di giovanissimi; che venne fra P.zza Garibaldi e Via Nino Bixio tamponato e chiuso in Via Torino. Ci raggiunsero alcune scariche dei moschetti dei carabinieri (cinque giovani al cimitero e cinquanta all' ospedale).

Fra i morti ricordo Kunz, per me fu uno shock, era un mio grandissimo compagno; non potei comunicare la angoscia di tale trauma né a mio padre, né a mia madre.

In me tutte le ingiustizie citate, culminate nella morte dell' amico, sfociarono in una sete di giustizia insoddisfatta, feroce volontà di vendetta.

Noi ragazzetti abbiamo partecipato alla guerra del '15, '18. Mario Foce va alla guerra è il caso di dire. Con particolare riferimento alla situazione alimentare nell' inverno 1916/1917. Mio padre andava al lavorare all' Ansaldo. In casa mia madre arrotondava per cui non si muoveva. Tutti gli acquisti li facevo io, compreso il carbone vegetale (5-7 Kg e quando andava male 1 Kg), grazie al quale la cucina era l' unico vano caldo della casa. Andavo insieme a mia cugina Irma (due anni più grande di me). Al mattino mi alzavo alle cinque, alle sei ero in fila davanti al lattaio, ci arrivavano certe saccate di freddo. Tornavo a casa con un quarto di latte, e comunque mai con più di mezzo litro. Il pane nero era immangiabile e in genere la denutrizione nuoceva alla salute. Fu proprio la denutrizione che preparò l' organismo a cedere di fronte all' imperversare della febbre spagnola, le risorse immunitarie non erano in stato di allerta. Quelli della famiglia Venzano morirono tutti. Noi non abbiamo avuto una linea di febbre, così tutta la famiglia Foce.

Durante il giorno mancava l' olio, il burro, la farina e si aveva notizia che qualche volta in qualche negozio ce ne era disponibilità; sulla scorta di quelle notizie raggiungevamo a piedi quei negozi. Andammo addirittura a Lerici una volta.

La nostra scuola era stata trasformata in un ospedale militare. E la nostra classe era stata relegata in uno scantinato freddo e umido (Via Spellanzoni). Si andava uno due giorni la settimana.

Mio padre era del 1873 ed era un operaio militarizzato, perciò esonerato; arrivarono a chiamare quelli del 1874-75. Gli esonerati dell' arsenale portavano una fascia al braccio; il lavoro per loro era aumentato. Nel cantiere di mio padre si fabbricavano sommergibili.
I miei potevano permettersi di comperare alla borsa nera, farina, zucchero e olio. Mio padre lavorava a Muggiano, dove ci sono ulivi e frantoi, cosi' riusciva a trovare olio buono, non olio di macchina. Quell' olio veniva usato con il contagocce per qualche zuppa di cavoli o frittura. Mancavano perfino le patate.

Poi ci fu l' ingresso in guerra degli americani; la situazione alimentare cominciò a modificarsi. I convogli di navi da guerra portavano carne congelata e frumento. Gli americani ci mandarono un sacco di prosciuttini salatissimi. Rappresentavano per noi una specie di miracolo (Wilson era il loro presidente). Mio nonno garibaldino ogni tanto alzava un pò il gomito e iniziava a lodare gli americani dicendo: "Viva il presidente Wilson". Gli altri governanti erano Francesco Giuseppe per l' Austria-Ungheria, Guglielmo II per la Germania e il re nasone di Bulgaria, alleato della Germania e dell' Austria.

La guerra, dramma anomalo, rappresentava anche una grande distrazione. Per noi ragazzetti era anche un divertimento, andavamo a vedere i giornali illustrati, La Domenica del Corriere ad esempio dove Beltrame era il disegnatore. Mio padre comprava un quotidiano: "La Tribuna". C' era addirittura un settimanale comico, il "420", dal nome di un cannone tedesco. I cannoni delle corazzate italiane erano al massimo 381 di diametro. I tedeschi vicino a Parigi avevano piazzato due famosi cannoni: La Berta, dal nome della figlia dell' armiere tedesco Krupp, essa aveva un proiettile enorme che superava il 420.

A La Spezia facevano rifornimento le navi da guerra e i sommergibili, molti comandanti facevano finta di avere la nave che non funzionava per non partire.

Chi faceva la guerra sul serio erano i fanti; a La Spezia c' era la 21-esima fanteria, noi l' abbiamo vista tornare ridotta a 150 persone da migliaia che erano. I gas asfissianti erano l' arma più pericolosa.4
Noi abitavamo vicino alla linea ferroviaria e certamente quella linea portava in ogni dove. Su di essa si formavano le tradotte (con i soldati feriti) e i primi soldati americani ci lanciavano sigarette, gomme, biscotti. Portavano il cappello a quattro punte, quello dei Boy-Scouts. In città passavano carri trainati da cavalli che servivano i militari: la guerra si vedeva. A La Spezia mandavano anche prigionieri di guerra: austriachi, serbi. Le donne quando videro questi prigionieri, dai fisici slanciati e robusti, reagirono meravigliosamente, dando loro cibo.

Della guerra e quindi dei morti in battaglia erano accusati i generali (Cadorna), anche se non c'entravano più di tanto, non avevano le armi. Le scarpe dei soldati avevano la suola di cartone. Quando si vendeva tubolare a peso, i tubi venivano riempiti di cemento.

La forte diffusione delle malattie, legata alla denutrizione, rendeva , per la sua parte, difficoltosa la frequenza scolastica; molti stavano infatti ammalati a casa con difteriti, bronchiti, polmoniti, in forma epidemica la paralisi infantile e raramente casi di meningite. Allora non c' erano gli antibiotici, c'erano gli antifebbrifughi (il Piramidone che veniva ingerito in compresse). Per una broncopolmonite facevamo cataclismi di farina di lino, senape e olio d' oliva o si usavano le ventose. Quando uno aveva una certa indisposizione si ricorreva sempre all' olio di ricino. Per vermi nell' intestino si usava il Calomelone, un vermifugo. I cataclasmi o impiastri erano persino pericolosi, in quanto a volte ci si ustionava. Fra il popolino si diceva che faceva bene purgarsi (il Dott. Peigliano era una purga da cavalli); si stava a letto con le coperte e si andava in bagno. A noi bambini davano la magnesia calcinata col citrato, oppure manna e senna (le foglioline a bagno maria). Talvolta si esagerava in maniera dannosa.

Una delle caratteristiche di noi ragazzetti durante quegli anni era la ferrea volontà di difenderci dai soprusi degli adulti; spesso ci si dava da fare lavorando per contribuire alla causa famigliare. Posso narrare diversi episodi a me capitati in cui egregiamente ce la cavammo: ricordo i cantieri navali, dove svolgevamo mansioni legate alla costruzione dei cannoni di precisione. Noi bambinetti eravamo i più adatti per arrivare a sistemare congegni meccanici molto piccoli e delicati, per le limitate dimensioni delle nostre mani.

Noi, stanchi dal pesante lavoro, spesso uscivamo dal cantiere, prima del tempo, attraverso un buco presente nella rete del recinto. Accadde un giorno che fummo scovati e quindi puniti; come reagimmo?
Gettammo in mare un' importante parte meccanica di un cannone, la più preziosa e fragile.
Un altro duro lavoro che dovetti fare era il trasporto della merce del rigattiere con uno scalcinato carretto e per molti chilometri di strada sterrata e fangosa. Ricordo quel carretto, pesantissimo; fu così che stanco di quello sfruttamento e del trattamento di quell' uomo, violento e urlante, convinsi i miei amici di lavoro a lasciare quello sporco carro in mezzo al tragitto, abbandonato.


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